L’ipocrisia della guerra e la guerra dell’ipocrisia

 

da Mattarello a Vicenza

Io chiamo gatto un gatto”, diceva un tale secoli orsono.

Siamo gente semplice. Nonostante gli svariati modi in cui dal 1991 in poi sono state chiamate le aggressioni militari a cui ha partecipato e tuttora partecipa lo Stato italiano (“Tempesta nel deserto”, “operazione di polizia internazionale”, “Restaurare la speranza”, “missione umanitaria”, “peace keeping”, “Giustizia infinita”, “Libertà duratura”, “Babilonia”…), noi continuiamo a chiamarle guerre. Dove vengono uccisi indiscriminatamente donne, vecchi e bambini; dove si sganciano tonnellate di bombe da migliaia di chilometri d’altezza su ponti, strade, scuole, ospedali, infrastrutture economiche; dove si devasta irreversibilmente un paese, inquinandone l’aria, la terra, l’acqua; dove si producono fame, epidemie, malformazioni fisiche, migrazioni forzate – lì ci potrà essere qualunque cosa secondo il dizionario dei potenti, ma per noi c’è la guerra.

Siamo gente semplice. Dei luoghi protetti in cui i militari di professione si addestrano, provano e depositano le loro armi, sono basi per la guerra. Lì si chiami come si vuole, si aumentino o si riducano di qualche ettaro le superfici su cui si estendono, le conseguenze che producono sono le stesse.

Siamo gente semplice. Se diciamo NO a una base militare, intendiamo NO. Non intendiamo: “Da un’altra parte”, “Un po’ più piccola”, “Con un parco vicino” eccetera. Possiamo non riuscire a fermare ciò che non vogliamo, ovviamente. Ma solo dopo averci provato con tutte le nostre forze – e continuando a dire NO.

Invece c’è una bizzarra abitudine che consiste nel dichiarare dritta una cosa storta, o viceversa. Questa abitudine ha un nome ben noto: si chiama politica. Ve ne illustriamo due esempi.

Ormai più di due anni fa un certo numero di persone cominciarono a dire NO al progetto di costruire una base militare a Mattarello. I politici dissero non trattarsi di base militare, ma di cittadella, ovvero di nuove caserme. Vabbè, risposero quelle persone, il nome in fondo conta poco: non vogliamo la “cosa” (perché la “cosa” devasta il territorio e serve le politiche di guerra). Quando cominciarono i lavori preliminari per costruire la base (o cittadella che dir si voglia), alcune di quelle persone, del tutto conseguentemente, si misero davanti alle ruspe, azione che fece nascere ciò che sembrava un movimento. Un comitato del luogo (che diceva di non voler la base) si dissociò subito dai blocchi – e mai partecipò alle altre iniziative di lotta contro la base. A suo dire, il progetto si sarebbe fermato con le firme e l’interessamento di qualche politico.

Ora il progetto, per decisione del ministero della Guerra (che i linguisti di Stato chiamano della Difesa), sembra aver subìto qualche piccola modifica. In particolare alcuni alloggi per gli ufficiali, invece che a Mattarello, dovrebbero venir costruiti all’interno di una caserma già esistente a Trento (caserma operativa, visto che i suoi soldati sono impiegati dal Kosovo all’Afghanistan). Lo strano comitato di cui sopra, nell’udire queste modifiche, ha urlato “vittoria!”. “Avevamo ragione noi: il progetto si può modificare, vogliamo trasparenza” Ma certo! Le operazioni di guerra non vengono forse discusse in assemblee popolari? Di più: “Siamo stati strumentalizzati dagli antimilitaristi. Noi vogliamo trattare con le istituzioni”. Prego, accomodatevi…

Se mai le proteste hanno influito sulla decisione dell’esercito di rivedere il progetto, forse i blocchi e le altre azioni dirette hanno pesato più di qualche firma. Ma in fondo poco ci interessa saperlo. Ciò che sappiamo è che i lavori riprenderanno, e la base militare devasterebbe il territorio e servirebbe le politiche di guerra come prima. Se gli ufficiali alloggeranno a Mattarello o due chilometri più in su, è un problema di geografia. Se dentro ci sarà una piscina o solo un campo da tennis, è un problema di sport. Pensavamo che dir di NO non fosse un problema di geografia (“NO basi militari/ Né a Mattarello né altrove”) e nemmeno di sport. Ma di etica. Siamo proprio gente semplice.

Circa tre anni fa migliaia di persone – di Vicenza, di tutta Italia e persino di altri paesi – dicevano “NO Dal Molin”, cioè NO alla costruzione di una gigantesca base militare USA (lì non ci furono giri di parole: si trattava di una base dichiaratamente di attacco). Sembrava un movimento che impensieriva giunte e governi. I suoi autoproclamatisi portavoce (chiamati un tempo Disobbedienti) ripetevano senza sosta: “Resisteremo un minuto in più del governo”, “fermeremo i lavori”, “metteremo in gioco i nostri corpi” e via dichiarando. Tre anni dopo, i lavori stanno procedendo secondo la tabella prevista, con un gigantesco cantiere militarizzato. E l’annunciata resistenza?

Cambio programma: il problema, nel frattempo, era diventato locale. Ad essere coinvolti dalle conseguenze di quella base non erano più gli iracheni, gli afghani, i libanesi, i nigeriani… ma solo i vicentini. Quelli che volevano bloccare veramente i lavori erano forestieri e strumentalizzatori… Il seguito non ha tradito le premesse. L’aspirante sindaco “NO Dal Molin” fu votato. Il presidio NO Dal Molin ebbe la sua consigliera in Comune. La base si sta costruendo. Tutto ciò, se non lo avete ancora capito, sul pianeta Politica si chiama… vittoria! Perché dopo il viale della Pace (dove da anni c’è un’altra base militare USA, la Ederle) e il villaggio della Pace (dove da anni risiedono i militari statunitensi), ora Vicenza avrà il suo Parco della Pace, adiacente alla base Dal Molin. Non solo, ma siccome queste belle vittorie non vengono mai da sole, la cosiddetta compensazione per aver accettato la nuova base, sarà una tangenziale per collegare il Dal Molin alla Ederle. Tutto torna. Se la guerra è pace, allora il tradimento di una lotta contro la guerra può ben chiamarsi “vittoria del popolo della pace”.

Siamo gente semplice. Simili “vittorie” (e i politicanti che le declamano) ci fanno schifo. Ma siamo anche degli inguaribili ottimisti. Esiste un luogo in cui non si rischia di incontrare né le une né gli altri: il pianeta delle lotte reali.

 Ed è proprio lì che stiamo cercando di andare.


Rompere le
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contro la base
militare di Mattarello – contro la guerra

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