Feb 15 2011

Ad Alenia la formazione dei piloti militari afgani

di Antonio Mazzeo

Il Comando generale dell’US Air Force affiderà ad Alenia North America, società controllata da Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica), la formazione dei piloti e del personale addetto alla manutenzione dei velivoli da trasporto tattico C-27/G.222 che gli Stati Uniti stanno consegnando all’aeronautica militare afgana. Il contratto del valore di oltre 4 milioni di dollari prevede un anno di lezioni teoriche in aula, la formazione pratica e l’addestramento in volo dei piloti afgani e degli advisor statunitensi che saranno poi inviati a Kabul per operare con il personale dell’Afganistan National Army Air Corps (ANAAC). I corsi si terranno presso lo stabilimento Alenia di Capodichino (Napoli). Continue reading


Feb 15 2011

Dietro l’angolo

Pubblichiamo un testo che documenta le responsabilità del governo italiano e dei capitalisti di casa nostra nel mantenimento e nella collaborazione con il sistema di potere tunisino, di cui Ben Ali era un nodo centrale. Ora che migliaia di tunisini arrivano sulle coste italiane, che fa il governo? Cerca di impedirne la partenza mandando uomini in Tunisia a collaborare con militari e polizia (40 persone sono morte perché il barcone su cui viaggiavano è stato speronato da una motovedetta militare tunisina), e riapre il lager di Lampedusa.

Ora che il ruolo di gendarme dei poveri affidato ai vari regimi nordafricani sta franando sotto il peso delle rivolte sociali, le democrazie occidentali (Italia in testa) cominciano ad impensierirsi. Intanto il vento insurrezionale arriva nello Yemen, nel Bahrein, a Tehran, e si preparano le giornate della collera anche in Libia. Il colonnello Gheddafi (principale azionista, dopo lo Stato italiano, di Finmeccanica) minaccia il pugno di ferro. Esattamente come cominciano a fare i militari egiziani –  che dovrebbero garantire la “transizione alla pace”… –, contro i lavoratori in sciopero.

Intanto diversi tunisini arrivati in Sicilia, da Lampedusa sono stati deportati nei CIE di Gradisca, Modena e Torino, dove hanno già cominciato delle proteste. “La libertà”, “la lotta contro la tirannia”, “l’uguaglianza” vanno bene per le parate istituzionali, i corsivi dei giornali o i discorsi in TV. Ma quando i poveri le mettono in pratica? Se riescono a fuggire il piombo della dittatura, trovano i lager della democrazia.

Davanti alla rivolta che nelle ultime settimane sta divampando in Tunisia, senza dubbio in molti ci saremo chiesti cosa fare, come contribuire a far sì che le esplosioni di rabbia nelle strade di Tunisi, Gabes, Gerba, La Marsa possano stimolare e al contempo essere sostenute da quanto accade nelle nostre città.

“L’Italia sostiene i governi in Tunisia e in Algeria, che hanno avuto coraggio e costituiscono un’importante presenza mediterranea, soprattutto nella lotta al terrorismo”. Traducendo queste parole pronunciate dal ministro degli esteri Frattini è chiaro che il colonialismo italiano ha fortissimi interessi in questi paesi e che lo Stato e le aziende del nostro paese hanno enormi responsabilità nel costruire un presente di miseria per milioni di uomini e donne tunisini.

Subito il pensiero corre ad una ricerca sistematica dei collegamenti italo-tunisini. Continue reading


Feb 11 2011

Contro il nucleare

Testo di alcuni valsusini:

UN PICCOLO ASSAGGIO

UN
PICCOLO
ASSAGGIO
Un
“assaggio”.
Potremmo
definire
così,
quanto
accaduto
la
scorsa
notte

tra
domenica
6
e
lunedì
7
febbraio

sui
binari
ferroviari
della
Val
di
Susa.
Un
convoglio,
carico
di
scorie
nucleari
e
della
loro
scor-­‐
ta
armata.
La
truppa
dei
tutori
dell’ordine.
Una
cinquantina
di
guastafeste
(i
soliti
anarchici
“estremisti,
teppisti,
nemici
del
progresso”).
La
protesta,
le
cariche,
le
manganellate.
Feriti,
fermi,
denunce
e
due
ar-­‐
resti.
Un
copione
purtroppo
già
visto
e
rivisto.
Il
treno
in
questione
è
uno
di
quei
treni
(“Castor”)
che
periodicamente,
ormai
da
anni,
trasportano
su
e
giù
per
le
nostre
vallate,
paesi
e
città,
le
scorie
nucleari
dal
deposito
di
Saluggia
all’impianto
Areva
di
La
Hague
in
Francia,
dove
verranno
“trattate”
e
poi
riportate
in
Italia
per
essere
stoccate
nel
sito
vercel-­‐
lese.
Queste
scorie
radioattive
sono
l’eredità
della
breve
“avventura
nucleare”
italiana,
interrotta
più
di
vent’anni
fa
in
seguito
al
referendum,
ma
con
cui
continuiamo
a
dover
fare
i
conti,
e
continueremo
a
do-­‐
verli
fare
per
millenni!
Soltanto
una
“fuga
di
notizie”
da
oltr’alpe
ha
permesso,
questa
volta,
di
sapere
i
dettagli
del
passaggio
di
questo
convoglio,
consentendo
così
di
organizzare,
all’ultimo,
il
presidio
di
protesta.
Questi
trasporti
avvengono
infatti
in
gran
segreto
nonostante
la
loro
pericolosità
(o
anzi
forse
proprio
per
questa).
In-­‐
formare
le
popolazioni
interessate
e
le
istituzioni
locali,
imporrebbe
di
adottare
le
misure
di
sicurezza
necessarie,
spendendo
cifre
da
capogiro,
bloccando
la
circolazione,
evacuando
i
territori
(in
piena
notte
e
circa
ogni
due
mesi,
a
quanto
pare),
creando
così
un
allarme
sociale
(e
verosimilmente
anche
un
dis-­‐
senso)
di
cui
chi
ci
governa
fa
volentieri
a
meno.
Si
preferisce,
come
al
solito,
il
silenzio
e
la
menzogna,
“…non
preoccupatevi,
…tutto
va
per
il
meglio,
…benvenuti
nell’era
dell’ottimismo!”.
La
cinquantina
di
attivisti
che,
la
scorsa
notte,
si
è
“messa
di
traverso”,
ha
dunque
il
merito
di
aver
rotto
il
silenzio
sulla
questione,
spinosa
e
ingestibile,
dei
rifiuti
radioattivi,
e
più
in
generale
sull’assurdità
del
“ritorno
al
nucleare”
che
lo
Stato
e
la
lobby
nuclearista
stanno
da
tempo
sbandierando
come
la
soluzione
energetica
del
futuro.
La
nocività
delle
scorie
è
solo
una
tra
le
tante
conseguenze
che
fanno
della
proposta
atomica
una
follia
ecologica
e
sociale
senza
ritorno,
che
soltanto
una
sfacciata
pro-­‐
paganda
di
regime
può
avere
il
coraggio
di
definire
“sicura
e
pulita”!
La
follia,
del
resto,
non
risiede
soltanto
nelle
devastanti
conseguenze,
ma
ancor
più
nelle
premesse,
nel
presunto
“bisogno”
che
sta
alla
base
del
rilancio
dell’atomo,
un
bisogno
perfettamente
in
linea
con
le
esigenze
di
una
società
rovinosamente
consumistica,
energivora,
militarista.
Il
disastro
economico,
so-­‐
ciale,
umano,
la
cui
evidenza
è
ormai
denunciata
da
ogni
parte,
dovrebbe
interrogarci
sull’urgenza
di
uscire
da
questo
baratro,
di
sperimentare
modi
di
vivere
più
armonici
con
la
natura
di
cui
siamo
parte.
Il
nucleare
va
precisamente
nella
direzione
opposta,
quella
di
trovare
il
modo
che
ci
consenta
di
continua-­‐
re
a
produrre
sempre
più
merci,
a
consumare
sempre
più
forsennatamente,
ad
avere
armi
sempre
più
sofisticate,
ad
andare
sempre
più
veloce…
Non
servono
degli
“esperti”
per
dirci
che
i
bisogni
realmente
umani
sono
tutt’altri.
L’assaggio
di
scorie
dell’altra
notte
ci
ha
fatto
pregustare
il
veleno
che
un
ritorno
del
nucleare
porte-­‐
rebbe
con
sé.
Nel
contempo,
però,
ci
ha
fatto
anche
assaporare
la
possibilità,
e
l’urgenza,
di
opporsi
al
baratro
che
stanno
apparecchiando,
prima
che
sia
troppo
tardi.
Tutto
il
nostro
sostegno
e
la
nostra
vicinanza
vanno
ad
Arturo
e
a
Guido,
i
due
amici
e
compagni
arre-­‐
stati.
Con
la
consapevolezza
che
la
migliore
solidarietà
nei
loro
confronti
è
quella
di
proseguire,
con
maggior
determinazione,
nella
lotta
contro
la
minaccia
nucleare
e
per
la
difesa
delle
nostre
montagne
che
li
ha
sempre
visti
in
prima
fila.
Alcuni
valsusini
contro
il
nucleare
Chiomonte,
9
febbraio
2011
Fotocopiato
in
proprio

Feb 11 2011

Un treno di scorie nucleari e una prima resistenza

Da una settimana girava voce di un passaggio, fra il 6 e l8 febbraio, di un treno Castor in Piemonte, in direzione della Francia. Nella giornata di domenica sono arrivate informazioni più precise che individuavano il passaggio del treno nella notte.

Si è cercato di divulgare la notizia più rapidamente e diffusamente possibile ed è stato convocato un presidio a partire dalla mezzanotte alla stazione di Chiusa Condove (Valsusa).

Erano presenti al presidio circa quaranta persone di cui la maggior parte anarchici e qualche valligiano. Nel giro di poco tempo il presidio è stato circondato da un gran numero di sbirri, circa 200. Continue reading


Feb 2 2011

Come vento sulle braci

L’insurrezione che ha infiammato e continua a infiammare la Tunisia si estende nelle terre e negli animi degli sfruttati del Mediterraneo. L’imponente rivolta egiziana sta mettendo in ginocchio, nonostante gli oltre cento morti provocati dalla polizia, il governo di Mubarak, sostenuto anch’esso per anni dalle potenze occidentali. “La Tunisia è la soluzione” era scritto su uno degli striscioni durante le prime manifestazioni al Cairo. La rivolta è indubbiamente contagiosa, mostrando ai poveri di tutto il mondo che il dominio è un gigante con i piedi di argilla. Dove condurranno questi moti di rabbia e di solidarietà (di attacco in attacco, di saccheggio in condivisione del pane e di tutto il resto) non possiamo saperlo. Troppo lontano è il nostro sguardo. Troppo comodo è fare ipotesi e fornire insegnamenti seduti sulle nostre poltrone. Fino a quando qualcosa di simile non ci scaraventerà giù dalla nostra comodità, il dialogo a distanza sarà solo un balbettio.
Quello che sappiamo è che nessun governo di opposizione darà agli insorti la libertà e la giustizia che agognano, e che solo delle forme autonome di organizzazione (fuori dai partiti, dai sindacati e dai racket religiosi) possono traformare gli attuali rapporti sociali, fonte di ogni corruzione. L’unico modo per distruggere fino in fondo un sistema di potere è quello di rovesciarlo con la forza e allo stesso tempo di renderlo inutile. Come si stiano organizzando i nostri compagni d’Egitto non è a noi noto. Molto dipenderà da come reagiranno gli sfruttati del cosiddetto primo mondo, dove risiedono i centri economici e politici del giogo che stritola ovunque i dannati della Terra.
Lo striscione in italiano e in arabo “La Tunisia è la soluzione” presente durante lo sciopero del 28 gennaio a Trento ha fatto subito avvicinate alcuni immigrati con cui abbiamo urlato “Tunis Hora Hora, Ben Ali a la Barra!” (“Tunisia, adesso, adesso, via Ben Ali!”). I cuori di migliaia di immigrati sono ad Algeri, a Tunisi, al Cairo, a Tirana…
Il giorno stesso, i militari hanno isolato – per la prima volta al mondo – una parte del Cairo rendendo impossibile ogni comunicazione, compresi gli sms. Anche questo è un punto sottolineato a chiare lettere dagli strateghi della Nato. A riprova di come tutto ciò non sia lontano da noi, possiamo far notare che gli studi su come si isola una rivolta dal resto della popolazione si svolgono anche nell’uniiversità di Povo (sopra Trento), nei laboratori di Eledia Group (cfr. il dossier Una piovra artificiale. Finmeccanica a Rovereto).
Siamo più coinvolti di quanto pensiamo. 


Feb 2 2011

Un filo rosso (e nero)

Dopo una lunga parentesi durata per quasi tutti gli anni Ottanta, è dall”89 che a Rovereto e dintorni esiste una presenza anarchica e libertaria. In tale presenza ormai più che ventennale, l’antimilitarismo ha giocato un ruolo importante. È attorno alla guerra (e a ciò che la rende possibile) che hanno ruotato alcuni dei momenti più significativi. Continue reading


Feb 2 2011

L’assalto a Finmeccanica del colonnello Gheddafi

di Antonio Mazzeo

Cento milioni di euro per incamerare il 2% del pacchetto azionario di Finmeccanica, la holding che controlla le principali industrie del comparto militare, aeronautico e spaziale italiano. Li ha sborsati la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che gestisce i fondi d’investimento in numerosi settori, da quello immobiliare, petrolifero ed industriale alle grandi infrastrutture, al turismo e all’agricoltura, in Libia come all’estero. Ma la vera partita si giocherà nei prossimi mesi quando la LIA tenterà di acquisire perlomeno il 3% del capitale di Finmeccanica per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni degli uomini più fidati del colonnello Gheddafi. Attualmente la soglia del 3% è superata solo dal nostro Ministero dell’Economia (la partecipazione è del 32,5%), ma dopo che il 21 gennaio 2011 la Capital Research and Management Company di Los Angeles ha ridotto la propria presenza dal 4,88 all’1,85%, l’authority libica è divenuta la seconda azionista di Finmeccanica, prima di Mediobanca che con l’1% circa del capitale controlla un terzo dei componenti del Cda. Continue reading