Un filo rosso (e nero)

Dopo una lunga parentesi durata per quasi tutti gli anni Ottanta, è dall”89 che a Rovereto e dintorni esiste una presenza anarchica e libertaria. In tale presenza ormai più che ventennale, l’antimilitarismo ha giocato un ruolo importante. È attorno alla guerra (e a ciò che la rende possibile) che hanno ruotato alcuni dei momenti più significativi.

Il Collettivo Studenti Libertari – che univa ragazzi di quasi tutte le scuole cittadine – nasce nell”89 proprio sul tema dell’antimilitarismo. Il 4 novembre di quell’anno, in occasione della giornata delle forze armate, uno sciopero-corteo studentesco attraverso la città dietro lo striscione “Dissociamoci dalle forze armate”, concludendosi in piazza del Municipio con un’assemblea pubblica in cui prendono la parola alcuni “obiettori totali” (cioè giovani che rifiutavano sia il servizio militare sia quello civile sostitutivo).

Le iniziative contro il militarismo proseguono per tutto l’anno. Il 4 novembre successivo, la manifestazione si svolge mentre la propaganda mediatica prepara il terreno alla prima guerra del Golfo (che porterà, poco più di due mesi dopo, la più grande coalizione di Stati dal secondo conflitto mondiale a invadere l’Iraq).

La risposta all’aggressione della Nato è subito forte e diffusa (paragonandola con il nulla di oggi, viene da chiedersi se siano passati solo vent’anni). Il giorno in cui scade l’ultimatum all’Iraq (16 gennaio 1991), piazza del duomo, a Trento, si riempie di persone pervase dalla trepidazione e poi dalla rabbia. Le urla contro la Nato, le proposte di bloccare tutto, dal Consiglio di leva alle fabbriche alle università, trovano orecchi e cuori accesi.

Per un mese e mezzo, si moltiplicano, in Trentino come nel resto d’Italia, le azioni di opposizione, che trovano lavoratori e studenti uniti. “Non ci deve essere un solo minuto di normalità” è slogan ripetuto e sentito. Saltano le lezioni all’università, assemblee si svolgono nelle fabbriche, cortei e blocchi (stradali e ferroviari) si susseguono, così come alcune azioni contro i carri armati che transitano lungo la ferrovia del Brennero. Volantinaggi e discussioni davanti alle fabbriche, interruzioni delle mense universitarie, scritte murali, falsi manifesti di chiamata alle armi che si concludono con l’invito a disertare…

Di fronte ai bombardamenti in mondovisione, in larghi strati della società c’era ancora l’idea che una guerra fosse una guerra. La mistificazione delle “operazioni umanitarie” e delle “missioni di pace”, di là da venire, non avrebbe ingannato nessuno. Difficilmente degli ufficiali dell’esercito avrebbero potuto parlare a Sociologia… I mass media ci hanno messo un bel po’ per mettere un elmetto sulle coscienze.

Negli anni successivi, l’attività antimilitarista locale ruota soprattutto attorno al sostegno di tre anarchici roveretani che rifiutano l’obbligo di leva e che evitano il carcere militare solo perché (ben magra consolazione…) le forze armate vengono professionalizzate e sopraggiungono indulti e congedi per non-sottomessi e disertori.

Nel 1999, l’opposizione all’intervento Nato in Serbia – a cui partecipa anche il governo D’Alema, ricorrendo alla menzogna della prima “guerra umanitaria” della storia – ridà linfa all’antimilitarismo (e alla presenza anarchica, colpita negli anni precedenti da una dura repressione). Gli obiettivi del movimento sono soprattutto le sedi dei Democratici di Sinistra (partito al governo) e dei sindacati (vergognosamente collaborazionisti), colpite in tutta Italia.

A dispetto dei numeri (imponenti), i movimenti contro la guerra in Afganistan (2001) e in Iraq (2003) si ridurranno invece, per lo più, a mere dichiarazioni d’opinione, lontane dai luoghi di lavoro e, soprattutto, dall’intraprendere il sentiero dell’azione diretta. Un slogan, ripetuto a lungo anche dalla sinistra ufficiale, come “Fuori la Nato dall’Italia, fuori l’Italia dalla Nato”, è semplicemente scomparso. L’ideologia della “lotta al terrorismo” attecchisce assieme all’assuefazione alla normalità della guerra. Diventa “terrorismo” persino danneggiare i vetri di una banca che finanzia la guerra. I risultati di questo pacifismo si vedono. L’Italia ha oggi le proprie truppe in ventuno paesi del mondo.

Oggi, appunto.

Del tutto naturale che gli anarchici si siano mossi subito (e continuino ad agire) contro il progetto della base militare di Mattarello e ora contro l’apertura di un centro di ricerca di Finmeccanica all’ex Manifattura Tabacchi. Antimilitaristi quando si è in tanti, antimilitaristi quando si è in pochi. Per l’azione diretta, sempre.


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