Per quanto riguarda le forme d’azione nell’insurrezione…

Tratto dalla rivista “I giorni e le notti”

Per quanto riguarda le forme d’azione nell’insurrezione…

 

Materialità e scontro

Pare che solo al crepuscolo, quando già comincia a fare freddo, la coscienza sia inondata dell’ultimo raggio di sole e che solo quest’ultimo abbia tutta la forza e il calore dell’enorme palla di fuoco. Del resto solo un pazzo potrebbe vedere tutta quanta la luce ormai al tramonto, e da pazzo così è anche sciolto dal vincolo di chiarezza che lega ogni persona dotata di senno.

C’è un tempo in cui anche gli asini smettono di ragliare e riconoscono le menzogne che fin da piccini li hanno tarmati. E rimane loro poco tra i denti, se fino a poco prima avevano stretto soltanto farneticazioni e masticato barzellette e ritmato ritornelli. Ora questo tempo non arriva per tutti allo stesso istante: tuttavia c’è un’aria peculiare sotto cui tutti possono riuscire a indicare la stagione. È il tempo irrimediabile dello scontro. Quando anche i ciechi sono costretti a schierarsi. I muti a obiettare. I sordi a sentire. Così queste menzogne vengono qui d’un colpo solo smascherate, così che arrancano e da sole proprio non si reggono più in piedi, se non con l’intervento armato dei suoi sostenitori. Ora ogni cosa appare di una materialità raccapricciante.

Quando lo scontro diventa irrimediabile? Quando noi abbiamo deciso di insorgere e ci battiamo fino in fondo; quando qualcun altro ha deciso di insorgere e non ci ha chiamato e non vi prendiamo parte; quando qualcun altro insorge e noi ci uniamo a lui. La risposta del potere è indipendente dal nostro coinvolgimento e più o meno entusiastico contributo: l’esito sarà comunque quello di non indossare più l’abito della legittimazione, dei premi e delle sanzioni, ma soldati per la strada, rastrellamenti, elicotteri per aria (ciò nonostante l’imbarazzo iniziale di un effetto sorpresa ben riuscito). Come può lo sfruttato sostenere un duello di tali proporzioni? Di fronte gli si para presto innanzi la schiera di soldati armati di tutto punto. E come se non bastasse la tecnica ha aggiunto di recente potenza e nuovo vigore a questo armamentario già decisamente dissuasivo.

Soldato primo nemico

Teorici della rivoluzione e analisti dello stato hanno d’accordo indicato nelle strutture militari il primo obbiettivo per destituire il vecchio potere. Ciò in barba all’avvenire, che si tratti di un colpo di stato autoritario, che mira ad installare un nuovo direttivo, o di un’insurrezione popolare, non meglio definita. Tutti d’accordo nell’anticipare la virulenza del nemico, nel sospendere la sua minaccia, che è prima di tutto minaccia delle armi puntate, e nel bloccare la sua estrema ratio, la violenza soverchiatrice.

L’elemento della sorpresa: cogliere di sopravvento il nemico permette di giocare un’astuzia di fondo: utilizzare poche forze, raccogliendole nei punti nevralgici, sfruttando al massimo della sua potenzialità il così detto effetto sorpresa. Giocare d’anticipo con pochi gruppi ben organizzati e ben forniti di tutto il necessario: a questo punto i congiurati si disporranno in equipes o gruppi d’assalto, se lo scopo è la presa del potere, oppure più semplicemente in gruppi d’azione, se lo scopo è l’abbattimento del potere. Nella prima forma d’intervento è accentuato l’elemento della professionalizzazione, nel secondo quello dell’affinità. Ciò in genere si realizza secondo precisi protocolli, quando è in atto un vero e proprio colpo di stato; si realizza ancora secondo procedimenti prescritti o comunque premeditati se si tratta di una minoranza che vuole sovvertire l’ordine costituito; si realizza con una difficoltà del tutto differente e maggiore se la rivolta è per così dire spontanea e solo nel divenire può trasformarsi in insurrezione, quando non è possibile cioè fare affidamento sulla premeditazione, ma occorre buttarsi così a capofitto con quello che si ha in mano.

I metodi e le tecniche sono differenti, perché tendono a fini differenti: gli uni a prendere possesso della macchina statale (per i marxisti “già in estinzione”), gli altri a sopprimerla del tutto (il vecchio concetto di “abolizione”). Così anche le forme d’azione muteranno. “L’insurrezione non si fa con le masse: ma con un pugno di uomini pronti a tutto, allenati alla tattica insurrezionale, esercitati a colpire rapidamente e duramente i centri vitali dell’organizzazione tecnica dello Stato. Questa truppa d’assalto dev’essere formata di squadre d’uomini armati, di operai specializzati, meccanici, elettricisti, telegrafisti, radiotelegrafisti, agli ordini di ingegneri, di tecnici, che conoscano il funzionamento degli organi tecnici dello Stato.” scrive Curzio Malaparte (“Tecnica del colpo di stato”), e ciò vale naturalmente se si punta, non all’abolizione dello Stato, ma ad impadronirsi della macchina statale (l’analista dello Stato non dedica particolari differenze alla categoria degli insorti e alla tipologia dell’insurrezione). Se gli uni hanno la cura di lasciare intatta e ben funzionante la macchina tecnica dello Stato, gli altri si precipiteranno all’esproprio innanzitutto e alla distruzione delle strutture essenzialmente nocive.

L’assalto alla caserma

Ma l’attacco all’esercito e alle caserme è il primo punto per destituire il potere, anche quando non se ne voglia affermare uno di nuovo. È certo una questione di ordine tattico. Se la comunità è ristretta, l’assalto alla caserma da parte degli insorti è l’attimo cruciale, e la sua riuscita spezza immediatamente il monopolio della violenza da parte dello Stato, restituendola ad ogni uomo e ad ogni donna in grado di difendersi e di attaccare. L’assalto alla caserma non ha lo scopo spettacolare di destituire un simbolo, come può essere l’assedio del Parlamento o del Consiglio comunale, ma lo scopo strategico, prima di fare ogni altra cosa, di disarmare coloro che esercitano il potere con la forza violenta; lo scopo di non permettere alla reazione di impugnare i fucili per sparare in piazza; lo scopo eventualmente di armare il popolo, cioè sottrarre armi e munizioni e mezzi ai militari e distribuirle tra gli insorti. S’impone qui dunque un’analisi del territorio. Uno studio approfondito della dislocazione delle strutture e dei mezzi militari, con particolare attenzione alla natura dei mezzi a loro disposizione, le relazioni costitutive dell’apparato poliziesco e militare e quant’altro, con un’attenzione anche ai recenti mutamenti nei loro assetti. Ad esempio l’esercito rimane per il potere l’opzione estrema da utilizzare contro la “propria” popolazione in rivolta, tuttavia la presenza così detta paramilitare dei carabinieri e della polizia è perenne e spalmata su tutto il territorio nazionale. Ancora, il ruolo dell’esercito si sta riformando verso operazioni più strettamente poliziesche, dunque il suo assetto non apparirà, anche materialmente, del genere d’immagine classica del soldato che abbiamo in testa. Anche l’utilità dei mezzi a disposizione della repressione è altamente cambiata nel corso di questi ultimi decenni: i grossi mezzi cedono il passo a quelli leggeri; le telecomunicazioni sono diventate il nodo fondamentale. Donde, l’ “assalto alla caserma”, sarà necessariamente assalto alla caserma vera e propria, ma anche assalto ai mezzi di telecomunicazione militare e poliziesca, e in una seconda fase alle fabbriche che producono componenti per militari e ai laboratori di ricerca militare, ecc. L’individuazione degli obbiettivi specifici in un dato territorio è cosa per nulla immediata, ma è un lavoro lungo e complesso, che non può prescindere dall’analisi delle relazioni particolari nel contesto generale. Se l’assalto alla caserma necessita di gruppi armati di mezzi sufficienti, il contemporaneo attacco delle strutture di telecomunicazione appartate non abbisogna di grandi mezzi (è sufficiente appiccare un incendio da metterle del tutto fuori uso). Ciò però va fatto di concerto. Se il soldato è il primo nemico, lo sarà tanto quanto gli elementi della struttura fisica che gli consentono la completa operatività e senza i quali rimane un corpo nudo, inerme e innocuo. Tanto ai soldati quanto alle antenne: fuoco, fuoco, fuoco.

Lotta antimilitarista e tensione rivoluzionaria.

Ogni rivoluzionario coltiva due propositi nei confronti dell’esercito: l’odio viscerale nei confronti di tutte le divise e l’odio particolare nei confronti del primo nemico dell’insurrezione. Se il primo è uno stimolo instancabile, il secondo si sviluppa solo se si ha contezza delle cose: se si è precisato il nemico particolare e se si sono predisposti i mezzi con cui si conta di abbatterlo.

Queste due passioni, la lotta contro gli eserciti e la lotta contro il singolo esercito, hanno particolarità proprie, ma sono tra loro complementari e mai impermeabili. La prima, che ha delle proprie particolarità legate all’altezza dello scontro, è la passione ribelle che punta alla smilitarizzazione della società, alla liquidazione di tutti gli eserciti, della presenza militare in ogni aspetto della vita (obbiettivi che, guardati nell’insieme, impongono uno sguardo rivoluzionario: non è possibile la sopravvivenza del sistema capitalista senza la guerra condotta dagli eserciti; infatti ciò non può che ricadere nell’ottica più ampia di un cambiamento generale, dell’autogestione e dell’autodifesa). L’altra tensione, che ha anch’essa particolarità proprie legate principalmente al territorio, si riduce ad una tecnica o ad un insieme di  tecniche e punta alla destituzione subitanea della forza militare in un dato territorio, come primo contributo degli insorti nel momento insurrezionale. C’è una lodevole tensione etica che muove l’antimilitarista nel suo lungo e quotidiano lavoro di combattimento; e c’è una lodevole tensione pragmatica che muove l’insorto quando va all’assalto della caserma nel momento decisivo. Nessuna delle due si contende il primato morale. Queste due passioni svolgono funzioni differenti nel complesso della lotta, ma tali e differenti passioni camminano a braccetto, perché solo l’odio imperscrutabile può istruire il ribelle sul da farsi e solo l’amore pragmatico può macchinare una grave sorte alla caserma.

Lotta antimilitarista e analisi

La lotta antimilitarista non ha lo scopo di mimare l’assalto alla caserma, generalizzandolo, se non ad un alto livello dello scontro: si troverebbe, in tal caso, alla svolta rivoluzionaria. La prima funzione è quella della conoscenza quanto più particolareggiata possibile del contesto. L’analisi meticolosa del mondo militare può portare molta acqua al nostro mulino: gli assetti, l’organizzazione, i mutamenti, la rete di relazioni, sono conoscenze preziose e utili al combattimento di lunga durata e utilissime al momento dello scontro acerrimo e decisivo. L’analisi quantitativa della macchina della guerra (macro e micro) resta fondamentale. Ad esempio sarà utile conoscere i mutamenti delle Forze Armate, i loro assetti attuali, anche con qualche dato. Se l’organico delle forze armate italiane da 180000 uomini si stabilizzerà nei prossimi 5 anni a 140000, oltre ad avere come effetto la riorganizzazione delle riserve, della loro reperibilità (che aumenterà), della loro disposizione sul territorio (che sarà maggiormente concentrata in alcune, poche, zone prestabilite), è utile sapere che ha come fondamento quello dello sviluppo net-centrico, cioè della digitalizzazione dell’esercito. Ciò significa minore presenza fisica, ma maggiore velocità di comunicazione, e maggiore operatività della singola unità. Oltre agli aspetti macroscopici, ciò ha un effetto sul singolo territorio che abitiamo, nella riorganizzazione delle strutture telematiche che consentono la sicurezza nazionale, nell’operatività delle caserme, nella modulazione delle esercitazioni e delle tattiche di guerra. E qui si passa all’analisi qualitativa di come cambia la mentalità della guerra: come viene intrapresa una singola operazione, con che mezzi, come viene condotta e come viene presentata. In quest’ottica è utile fare una disamina degli elementi peculiari e salienti della macchina bellica. Ad esempio, la forza militare dello Stato si è sempre distinta dalle altre forze in virtù dell’elemento dell’avanguardia. L’arsenale bellico e la tattica che determinano la vittoria sono composti di strumenti esclusivi. La capacità di bombardare o colpire da distante, la capacità di vedere al buio o di guardare oltre il muro, dà la superiorità bellica sulla base di una disponibilità tecnologica esclusiva (cioè in mano a pochi). Se la medesima tecnologia diviene alla portata di tutti e di tutte le tasche svanisce l’esclusiva e con essa la probabilità di vittoria. Gli analisti del settore ravvisano in questo campo un mutamento degno di nota: la tecnologia fornita dalla microelettonica e dall’informatica si è enormemente diffusa ed è diventata a buon mercato. Con un modesto gruzzolo ciascun delinquente può disporre di un piccolo arsenale di tutto rispetto. Ciò è ancora lungi dall’aver messo in discussione il primato dell’esercito. Tuttavia la ricerca scientifica in campo militare e quella in campo civile stanno accorciando le distanze, tanto che gli uni sbirciano e attingono ai successi e ai progetti degli altri, e per giunta sviluppano progetti assieme: è il caso delle applicazioni duali (civile-militare). Ciò si deve anche al fatto che le applicazioni civili convergono intimamente nel campo militare: l’apprendimento di dati, la cessione di informazioni, ad esempio, sono oggi elementi imprescindibili di ogni applicazione ad uso privato o pubblico (come il telefono o il computer). La sicurezza, territorio prediletto di polizia ed esercito, è un campo frequentato anche dalle istituzioni civili e dalle aziende. Nel campo del controllo convergono gli interessi inscindibili degli uni e degli altri. Lo stato policée, agevolato e implementato dalle nuove tecnologie, riflette il rinnovato interesse militare per l’intelligence e l’aumentato bisogno di sicurezza del privato cittadino. Se lo scarto tra l’avanguardia tecnologica militare e quella civile si è ridotto è perché l’intera società è una società militarizzata e controllata. Ciò però non significa che le potenzialità distruttive dell’esercito non superino ancora di gran lunga anche la semplice immaginazione dello sfruttato quanto a velocità e capacità di annientamento.

Lotta antimilitarista e livello dello scontro

La lotta antimilitarista, in un’ottica di lungo periodo, può a seconda del livello dello scontro in atto svolgere funzioni diverse per grado e per contenuto, differenti per sostanza e forma: può ad esempio giungere a generare dell’ostilità presso la popolazione nei confronti dei militari, verso la figura della mimetica, verso il fucile del cadetto, verso il cappello dell’alpino e la fanfara del bersagliere (con una propaganda ben fatta in un livello di scontro piuttosto basso); può denunciare e spezzare delle complicità di riguardo tra il mondo civile e quello militare, ad esempio col mondo accademico e scientifico in generale o dell’industria e della distribuzione, proponendo la non collaborazione (con le iniziative adeguate ad un livello dello scontro medio); può giungere a disarticolare in minima parte la struttura militare e inceppare la macchina della guerra, distruggendo mezzi e strutture, proponendo la diserzione e lo sciopero (con la propaganda col fatto, quando il livello dello scontro è piuttosto alto). Non facciamoci illusioni: i già radi attacchi ai danni dei militari raramente costituiscono un danno alla loro struttura in termini materiali. Più spesso possono costituire un momentaneo problema nella loro organizzazione, quasi mai nell’assetto. Ancora più spesso, dal canto nostro, hanno un valore puramente affettivo: sono il principio di una proposta e insieme l’immagine di una futura realizzazione: un’umanità priva dell’umiliazione del soldato. Sono un mezzo di propaganda eccezionale. Niente di più, ma niente di meno. Occorre essere onesti dunque nell’interpretare a che grado del conflitto ci troviamo e nell’interpretazione delle iniziative rivoluzionarie. Tutte queste funzioni sono indispensabili da essere assolte in vista della generalizzazione dello scontro e possono essere propulsive ad un innalzamento del conflitto, possono dare spunti e suggerire ipotesi altrimenti non vagliate. Ciò è in relazione anche con la durata del momento specifico. Il momento insurrezionale ha la durata di una rivolta o poco più: ma non si può sperare di giungere, e per giunta pronti, a quel momento con passaggi altrettanto “brevi” e indolore, e in questo campo non ci sono protocolli precisi o indicazioni inequivocabili. Il lavoro è lungo e in salita, talvolta doloroso e mai senza perdite. Se il livello dello scontro è basso, pare che le fasi dell’insurrezione si spalmino, specificate in differenti lotte con obbiettivi parziali (l’esercito, il carcere, il manicomio), accantonando momentaneamente il disegno rivoluzionario per intero, che ha una sua propria unità ed interezza. Se il livello è alto riprende piede l’ipotesi dell’insurrezione armata. Il collegarsi delle lotte è indicatore di un innalzamento del conflitto. Ma solo in presenza di un contesto oggettivo altamente conflittuale questo intreccio vien da sé, in maniera quasi naturale e spontanea. In assenza di questo contesto è pur tuttavia plausibile collegare le lotte e così tentare un innalzamento del livello dello scontro: ciò non è mai frutto dell’improvvisazione, sono gruppi che scelgono di intrecciare questa e quella lotta, e questa scelta è frutto di confronti, relazioni intessute, proposte vagliate e infine decisioni prese e accordi.

I gruppi d’azione

Solo lo studio ricorrente e la critica pratica continua possono indicare con precisione quali sono la struttura e i punti deboli della macchina della guerra. Ciò non è una funzione accessoria, ma fondamentale, del movimento. Questo non perché la lotta specifica antimilitarista vada inevitabilmente a sboccare nella rivoluzione, ma perché dà la possibilità di avere un’estrema attenzione dei contorni del nemico in ogni momento, della sua materialità diffusa nel territorio, delle sue relazioni e della sua forza, sapendo che l’animo dell’insorto dovrà da subito scagliarsi contro la divisa e il suo fucile.

Così lo scontro giunge ad essere anche un fatto d’armi; e non si riduce mai ad un fatto d’armi soltanto, ma è anche questo; e per giunta non sono mai armi alla pari. Diventa necessario cogliere nella realtà i tratti distintivi della macchina militare, i suoi mutamenti e infine essere onesti nel riconoscere le nuove limitazioni che ci si pongono di fronte. La costanza, insostituibile compagna del rivoluzionario, supplisce al riconoscimento dei nostri limiti. I gruppi d’azione non giocano nei tempi recisi della ribellione, ma nel tempo dilatato della preparazione accurata. Hanno ben poco a che fare con l’improvvisazione, semmai devono imparare l’arte di saper improvvisare. “I gruppi precedentemente organizzati per l’azione” (Fabbri) hanno a cuore l’attacco puntuale e si preparano per quello: mezzi, decisione e allenamento non cadono dal cielo, ma si acquisiscono con una lentezza tutta umana. È l’organizzazione preventiva, che non tralascia i risultati dell’analisi del territorio, ma si predispone proprio sulla base di quelli. Il lavoro di questi gruppi non si limita a registrare l’altezza del livello dello scontro in atto, ma sa giocare d’anticipo, e se del caso sa forzare la situazione. Il continuo interrogarsi a vicenda delle due anime (analitica e pragmatica) è l’architettura più logica ed essenziale del progetto insurrezionale.

 


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