La fine delle guerre

Tratto da finimondo.org
Camille Flammarion
Ben prima del secolo XXV, la guerra era scomparsa dalla logica umana: non si capiva nemmeno come mai una razza, che si diceva intelligente e ragionevole, avesse potuto lasciarsi imporre per tanto tempo quel giogo stupido e brutale che l’abbassava molto al di sotto delle bestie. La pittura aveva popolarizzato taluni episodi storici, mostrando in tutto il suo orrore quell’antica barbarie.
Qua si vedeva Ramsete III, nel mentre faceva vuotare davanti al suo carro dei canestri pieni di mani troncate ai vinti, per contarle più facilmente, a centinaia e migliaia alla volta; là Amilcare che faceva crocifiggere gli ostaggi; o Cesare che faceva troncare con un colpo di mannaia i pugni ai Galli insorti; o Nerone che assisteva al supplizio dei Cristiani accusati d’aver incendiato Roma, e cosparsi di pece per essere arsi vivi; o Filippo II di Spagna presente colla sua corte ai roghi ove si bruciavano, in nome di Gesù, gli eretici. Altrove si vedeva Gengis-Kan che segnava la strada delle sue vittorie con piramidi di teste mozzate; Attila che incendiava i villaggi dopo averli saccheggiati; gli eserciti di Luigi XIV che mettevano il Palatinato a ferro e fuoco; i condannati dell’inquisizione agonizzanti fra i tormenti; i soldati di Napoleone I, morti sui desolati campi di neve in Russia; e le città bombardate, e le battaglie navali, e i combattimenti aerei che lanciavano nelle profondità degli abissi mucchi di uomini… Era una rivista delle guerre internazionali e civili, e tutti facevano le più alte meraviglie che simili pazzie avessero potuto regnare sì a lungo sulla famiglia umana.
Gli ultimi monarchi avevano tentato invano di proclamare con accento solenne che la guerra è una istituzione divina, che è il risultato naturale della lotta per la vita, che costituisce il più nobile esercizio, che il patriottismo è la prima virtù; invano si era dato ai campi di battaglia il titolo pomposo di campi dell’onore, invano i duci vittoriosi avevano fatto erigere fra le folle adulatrici le statue gloriose. Si era notato alla fine, che nessuna specie animale — tranne, forse, qualche razza di formiche — dava l’esempio d’una simile stupidaggine: che la lotta della vita consisteva, non nel pugnalarsi l’un l’altro, ma nel conquistare la natura: che tutte le risorse dell’umanità erano buttate via nel baratro senza fondo degli eserciti permanenti, e che il solo obbligo del servizio militare iscritto nei codici costituiva un tale attentato alla libertà umana, che per sé solo ristabiliva la schiavitù sotto pretesto di dignità.
Si riconobbe che il militarismo in tempo di pace era un parassitismo divorante, era l’impotenza, la sterilità; in tempo di guerra, il furto e l’assassinio legalizzato, il brutale diritto del più forte, un regime inintelligente, mantenuto dall’obbedienza passiva agli ordini d’una diplomazia speculante sul cretinismo umano.
La fin du monde, 1894

 


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