Cooperazione civile-militare: Guerra e Democrazia tra sicurezza e guerra umanitaria il ruolo delle ONG

Tratto dal numero del “Seme anarchico” n°31, giugno 2018

Negli ultimi decenni si è formato un concetto del tutto nuovo sull’evento bellico. E’ definitivamente tramontata, con la caduto del muro, la netta contrapposizione ideologica tra i due mondi per fare spazio ad una polverizzazione dei conflitti dove l’elemento ideologico è meno chiaro e visibile. Se nell’epoca “pre muro” i valori corrispondevano a due diversi (o presupposti tali) modelli sociali ed economici, ora bisogna riscoprire altri valori che possono giustificare la necessità di una struttura militare e la sua messa in campo. Nella ricerca di tali valori ha sempre più preso piede la concezione che la “democrazia” sia l’unico modello possibile, anzi preferibilmente “esportabile”, e quindi la colpa dei conflitti deriva da quegli stati o aggregazioni sociali che non condividono il modello democratico e che prendono il nome di “autoritarismo”. Da qui il binomio democrazia-pace autoritarismo-guerra. l’intervento bellico diventa quindi necessario ed indispensabile per “garantire la pace”. Scolora del tutto nel vocabolario e nella percezione comune la parola guerra per far posto ad altri vocaboli che ormai sono entrati nel linguaggio comune quali, operazioni di peacekeeping, operazioni a “bassa intensità” o ”operazioni chirurgiche” da attuarsi sotto il profilo tecnico militare attraverso strumenti sempre più sofisticati a costosi. Nell’immaginario la guerra diventa una “operazione di polizia” e qui entra in gioco il concetto della sicurezza.

Già nel 1991 l’operazione Desert Storm era stata presentata come “missione di polizia internazionale” e non come operazione di guerra e l’intervento militare nella Jugoslavia del 1999 veniva deciso dalla NATO per “ragioni umanitarie”. Se si dichiara una guerra “umanitaria” va da sé che l’avversario si pone al di fuori “dell’umanità” e quindi viene giustificata in toto l’intervento militare. La guerra “umanitaria” non vede necessariamente un fronte definito e diventa una operazione di polizia internazionale dove si è “autorizzati ad intervenire ”, anzi moralmente obbligati. Nel 2005 si ufficializza l’intervento oltre confine quali “missioni da compiere”. Tali aspetti sono messi in rilievo nel volume il “Concetto Strategico del Capo di Stato Maggiore della Difesa” del 2005 in cui si sottolinea la possibilità di far intervenire le Forze armate fuori dai confini nazionali attraverso una forza “expeditionary” per “far fronte dinamicamente alla minaccia laddove essa si alimenta”. La minaccia terroristica, come si è visto in Iraq e in Afghanistan, deve essere affrontata, secondo la nuova dottrina, come missione di pace. In tale contesto si è sviluppato una collaborazione sempre più stretta tra l’apparato militare e civile sia a livello internazionale che domestico. Uno degli ambiti meno noti è la creazione di strutture operative che garantiscono la gestione delle crisi internazionali. Attraverso questa collaborazione si trasmette anche una nuova immagine dell’intervento bellico quale premessa per una riorganizzazione delle strutture civili. In sintesi viene fatto passare il concetto secondo il quale la guerra è stata il veicolo, lo strumento, per poter modificare in positivo l’organizzazione del civile, guerra come veicolo di pace, ovvero l’immagine, oggi comune, della “Guerra Umanitaria”.la struttura più significativa di questa collaborazione del civile militare è rappresentata dal COCIM (Cooperazione Civile Militare) il documento fondativo è l’elaborato del Centro Militare Di Studi Strategici (CEMISS) dell’ottobre del 2001. In tale documento si afferma che: A partire dagli anni ’90 a livello internazionale ed internazionale sono state attuate strutture per gestire le cosiddette “emergenze internazionali”, in sintesi su come intervenire nelle aree di guerra a fine degli interventi bellici per la riorganizzazione delle strutture civili.” Si tratta di una assoluta novità in ambito internazionale e nazionale, attuata in Italia a partire da una serie di Decreti Legge che ha visto la nascita della struttura della Cooperazione Civile e Militare (COCIM). Nel tempo il concetto di COCIM si è evoluto entrando a far parte delle attività svolte durante gli “Interventi di Pace” fuori dal territorio nazionale le più note operazioni di “Peace Keeping” e di “Peace Building”. Per completare al meglio le operazioni di “Peace Bulding” occorre, come riportato nel citato documento, che: “La ricostruzione, a seguito della distruzione bellica, necessita oltre che della presenza sul territorio delle forze militari di una struttura “civile” che assicuri i primi interventi per la riorganizzazione del tessuto sociale ed economico oltre che gestire le emergenze contingenti. Si è quindi individuato nella collaborazione tra forze armate ed ONG un momento di incontro e di lavoro comune. Tale realizzazione modifica profondamente anche la percezione del “militare” sul territorio che viene visto come “l’uomo in divisa” impegnato non solo nei compiti a lui più propri ma anche e soprattutto nella ripristino di opere pubbliche, distribuzione di viveri ed assistenza sanitaria, in sintesi una trasformazione del tutto nuovo ed originale per trasmettere una immagine positiva del “militare”. E’ proprio in questo prospettiva che si rende necessaria la collaborazione con le ONG, specie in teatri post bellici particolarmente “pesanti” o meglio dove la presenza dell’ “uomo in divisa” non è ben accetta dalle popolazioni locali.”. Accanto alla nuova percezione del militare, come operatore di pace, vi è stata anche a partire dagli anni ’90 una significativa e profonda trasformazione dei compiti più propriamente militari. Oltre al presidio del territorio le forze armate sono impegnati sempre più in attività di mediazione e riconciliazione delle ex parti belligeranti e si sono pertanto evolute dal vecchio concetto di “presidio di Guarnigione” a “Contingenti di Polizia Internazionale”, spesso intesi come “difensori” delle minoranze. In sintesi lo strumento militare, inevitabilmente repressivo nelle fasi belliche, si trasforma in strumento di ricostruzione civile. Da qui si sottolinea nel documento “ il ruolo indispensabile delle ONG” per la gestione delle “emergenze”. Nell’ambito delle emergenze la prima attività è quella della cosiddetta Bonifica Umanitaria, ovvero bonificare il territorio dalla presenza di mine ed ordigni bellici inesplosi (UXOs). La bonifica non viene attuata se non sporadicamente dalle forze armate ma dalle ONG e talvolta, se pur in misura minore da ditte private specializzate. Le ONG gestiscono tutta la catena della “Bonifica”, ovvero non solo lo sminamento vero e proprio ma anche la gestione degli effetti collaterali ovvero interventi medicali in caso di incidenti .La bonifica Umanitaria rappresenta sotto l’aspetto economico un intervento di assoluto peso. L’identificazione di una mina o di un UXOs oscilla dai 300 dollari ai 1000 dollari USA. Lo sminamento di un ettaro di terreno piano ha un costo di 2000 dollari, quello di una linea elettrica di un chilometro raggiunge i 1000 dollari. Sono stimate dai maggiori istituti specializzati internazionali che attualmente al mondo vi sono 100milioni di mine ripartite in 60 paesi tra i quali i maggiori sono l’Afghanistan, Angola, Myanmar, Pakistan, Siria, Cambogia, Mali. In tale contesto le fonti di finanziamento sono diversificate e fanno capo alle principali istituzioni internazionali tra le quali le Nazioni UNITE che operano anche attraverso l’UNICEF, l’UNHCR, l’OMS, la UE, l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e la Banca Mondiale. La struttura della bonifica umanitaria internazionale denominata United Nations Mine Action Service (UNMAS) si avvale delle più note ed importanti associazioni “umanitarie” internazionali. Tra le principali Office for the United Nation High Commisioner for Refugees (UNHCR), United Nations Children’s Fund (UNICEF) World Food Programme (WFP), Food and Agriculture Organization (FAO). Fra le tante ONG o Agenzie ad esse assimilate che si impegnano nel settore della bonifica umanitaria, indichiamo, solo le più rappresentative e le più note quali Medecins sans Frontieres, Catholic Relief Services,Radda Barnen (Swedish Save the Children), Save the Children (USA) Africare, INTERSOS Humanitarian Demining Unit (HDU) unica ONG italiana che sviluppa attività operative. La Formazione del personale locale, i programmi di sminamento, il monitoraggio del territorio ea gestione ed il coordinamento della bonifica umanitaria coinvolge vari dicasteri, ciascuno per le proprie competenze, in particolare, La presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero della Difesa ed il Ministero della Pubblica Istruzione, la Ricerca Scientifica per sviluppare programmi di ricerca finalizzata ad individuare mezzi che agevolino e rendano più sicuri gli interventi, il Ministero della sanità che fornisce specialisti e contribuisce alla loro preparazione. In sintesi la nuova immagine della “guerra umanitaria” rappresenta non solo uno strumento per “giustificare” l’evento bellico ma anche e soprattutto un grande affare internazionale, si ripropone anche oggi, come nel passato, il grande binomio guerra profitto.


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