Non così lontana… la guerra

Potremmo cercare anche noi – come altre volte abbiamo fatto – di interpretare questo “nuovo” conflitto nel Caucaso sul confine tra Azerbaijan e Armenia. Spesso abbiamo cercato di analizzare conflitti più o meno lontani, col tentativo di comprendere gli interessi geopolitici di una o dell’altra forza in campo, delle potenze straniere che cercano di tenere il controllo dell’area, degli interessi italiani in loco, delle armi vendute dall’industria bellica italica. A suon di analisi a volte si tralasciano gli aspetti più “piccoli”, ma che sono proprio quelli che ci rendono antimilitaristi, solidali con le popolazioni coinvolte nei territori di confini bellicosi da decenni se non secoli, quegli aspetti che ci muovono dentro nonostante le difficoltà del periodo che stiamo attraversando. Aspetti che bussano ancora una volta sulle nostre coscienze per spingerci ad opporci e ribellarci all’ennesimo conflitto che sembra lontano, ma forse così lontano non è.

Ieri durante il telegiornale un’immagine ci è stata più chiara delle altre: vedere delle donne anziane con il foulard avvolto attorno alla testa, mostrare la propria casa di legno e mattoni distrutta da una bomba. Non una lacrima su quei visi abituati negli ultimi decenni a conflitti sanguinosi, che non guardano in faccia a nessuno. Le bombe non discriminano, illuminano di terrore i cieli da secoli e colpiscono qualunque cosa si trovi sul loro tragitto, e nella guerra tra gli Stati anche la popolazione è l’obiettivo. L’odio instillato a dovere nel tempo in territori che vengono spostati dai confini imposti dai vari Stati nel tempo ha conseguenze catastrofiche, logora e crea divisioni che solo le nazioni possono creare. Ripetiamo spesso che “i confini uccidono”, e da ieri in un altro luogo delle periferie di questo mondo si massacra senza pietà ed oggi le immagini di quelle donne ci toccano senz’altro più del dibattito in corso sul MES o sul numero dei contagi. Fastidioso è il tono paternalistico dei giornalisti che mandano le proprie notizie in ultima pagina, cercando di spiegare al pubblico italiano del perché in quei luoghi così lontani ci si massacra, come se la guerra fosse veramente lontana. Qui non si sparano bombe, il tempo passa ed in questo paese si dimentica delle bombe degli anni ‘40, ma anche quelle più vicine nel tempo che partivano da Aviano per la Jugoslavia. Qui ora le bombe si costruiscono, c’è chi da esse ne trae profitto e chi zitto zitto si porta il pane a tavola condito col sangue altrui. La guerra rinnova l’economia, è risaputo.

Ma quel che inevitabilmente non possiamo ritenere una causa secondaria è l’interesse che gravita attorno ai mercati mondiali del gas e del petrolio. La zona di conflitto, il Caucaso meridionale, è infatti un corridoio il cui controllo è ambito dagli Stati del medio-oriente e da quelli europei. Il fascista Erdogan si schiera apertamente a favore dello Stato dell’Azerbaijan nella guerra senza fine contro il popolo armeno; non stupisce se si pensa all’enorme giro d’affari e interessi tra Turchia ed Unione Europea attorno al gasdotto Tap (che parte proprio dall’Azerbaijan per arrivare in Puglia), che vede coinvolti in prima linea gli industriali italiani di Eni e Snam. Questi sono anche parte dei risultati di un progetto di morte. Da parte sua Putin usa la faccia del democratico chiedendo un “cessate il fuoco” (visti gli interessi che lo stesso stato russo potrebbe trovare in un cuscinetto di resistenza da sacrificare in quella zona, dove l’esportazione del gas sui mercati europei può compromettere parte dei profitti russi che invece arrivano da nord). Questa è una delle tante guerre che si combattono e si combatteranno per i monopoli dell’energia, guerre che sono il volto della nuova economia, di cui i responsabili si trovano anche a casa nostra. Dopotutto, la guerra non è così lontana.


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