Difesa Servizi s.p.a.

Il business militare tra rifiuti,
cioccolatini e nucleare

Un’analisi approfondita delle nuove tendenze del militarismo in Italia

Negli ultimi anni, le forze
armate hanno goduto di uno spazio sempre maggiore sulla scena pubblica e sono
state chiamate a svolgere numerose funzioni, sia all’estero che in Italia; è del
tutto evidente che questa tendenza non è destinata ad invertirsi nel prossimo
futuro, tutt’altro.

Forti di questa consapevolezza, i
vertici dell’esercito hanno reagito immediatamente e con fermezza ai tagli che
l’ultima finanziaria prevede per il settore Difesa (2,6 miliardi di euro in
meno, nell’arco dei prossimi tre anni), avanzando proposte, per bocca del
ministro La Russa, che consentano di mantenere intatti i propri livelli
d’efficienza e i propri standard operativi.

Nasce così, in primis, la “Commissione
di Alta Consulenza per la ridefinizione del sistema di Sicurezza Nazionale”,
con il compito di formulare una bozza per una legge di riordino del modello di
difesa, ossia per valutare proprio come consentire ai militari di operare nel
migliore dei modi nei nuovi scenari in cui si troveranno impegnati, nonostante
possibili ristrettezze finanziarie dovute alla contingenza storica.

Nonostante non sia ancora pronto
il documento che questa commissione doveva elaborare, è facile immaginare gli
ambiti d’intervento individuati come prioritari; istruttiva in questo senso la
relazione del consigliere militare della presidenza della Repubblica e del
consiglio supremo di Difesa, Rolando Mosca Moschini, che nel dicembre 2008 al Centro
Alti Studi per la Difesa ha elencato i maggiori rischi dei prossimi anni.

Primo: “…un movimento eversivo
transnazionale su scala globale, un fenomeno estremamente ampio, complesso e
articolato, che coinvolge tutte le entità statuali, sia sul piano dei rapporti
nell’ambito della comunità internazionale, sia per quel che riguarda la
situazione interna.”

Secondo: ”La crescita della
disuguaglianza, ovvero il persistere delle attuali profonde discriminazioni che
convergono sull’Europa dall’esterno, quale fattore di tensione con il mondo del
sottosviluppo, e, dall’interno, di ciascuno dei suoi stati membri, anche in
conseguenza del sempre più pervasivo fenomeno dell’immigrazione.”

Terzo rischio: “Ambientale e
delle risorse primarie, con le modificazioni climatiche, la progressiva
desertificazione dei suoli, il moltiplicarsi delle catastrofi e il diffondersi
delle carestie e della fame”.

Il primo pericolo individuato da
Mosca Moschini richiama l’attenzione da una parte sulla resistenza esterna che,
attualmente, soprattutto in Afghanistan e Iraq, tiene in scacco gli eserciti
alleati e dall’altra sui movimenti rivoluzionari, d’opposizione reale e di
contestazione che, all’interno, mettono in discussione la politica o
l’esistenza dell’autorità.

Il secondo rischio messo in evidenza
rappresenta invece un’esplicita dichiarazione, da parte dei vertici della
Difesa, di consapevolezza del fatto che la povertà e le disuguaglianze sociali
ed economiche sono destinate ad approfondirsi, tanto nei paesi “sottosviluppati”
quanto in quelli occidentali, e che con esse continueranno a crescere i flussi
migratori di uomini e donne in fuga da guerre, fame e miseria.

E’ facilmente prevedibile quale
sarà il compito dei militari di fronte a questi due fenomeni perturbatori della
tranquillità sociale.

A suggerircelo è l’attuale
militarizzazione, per quanto ancora embrionale, delle nostre città, soprattutto
se letta sulla base degli scenari prospettati dagli analisti Nato per i
prossimi anni.

Nel rapporto ufficiale “Urban
operation in the year 2020”
si prevede infatti un diffondersi e intensificarsi di conflitti e rivolte nelle
diverse regioni del globo e sono indicate le metropoli come teatri principali
di queste sollevazioni: di conseguenza, ampio spazio è dedicato alla necessaria
riorganizzazione tecnica, operativa e strategica delle forze armate per
comprendere, controllare e reprimere efficacemente la rabbia, le capacità
organizzative e gli attacchi dei nemici in contesti urbani.

Esemplare dell’impegno con cui le
forze armate si stanno preparando ad affrontare questi conflitti, in cui i
soldati saranno impegnati spesso contro folle agitate o in rivolta, è
l’attenzione dedicata ad armamenti adeguati a questi scenari.

Diverse sono le armi classificate
come non-letali progettate e realizzate dall’industria bellica negli ultimi
anni per funzioni specificatamente anti-sommossa: mine “non letali” (contenenti
sostanze irritanti o che azionano meccanismi immobilizzanti), laser a bassa
energia (possono accecare individui e sensori in modo temporaneo o permanente),
schiume paralizzanti, supercaustici (in grado di produrre incalcolabili
sofferenze), stimolazioni e illusioni ottiche (armi che emettono impulsi
luminosi ad alta intensità e luci stroboscopiche, note anche come Dream
Machine
, in grado di disturbare il sistema nervoso centrale causando
vertigini, disorientamento e nausea), sistemi acustici a infrasuoni e a
ultrasuoni (la nuova generazione di armi acustiche può generare onde
traumatiche di 170 decibels in grado di danneggiare organi, creare cavità nei
tessuti del corpo umano e causare traumi da onde d’urto potenzialmente letali),
armi a microonde (Active DenialSystem, come il cosiddetto Pain Ray,
“raggio del dolore”, usato per garantire l’ordine pubblico ma suscettibile
d’essere impiegato con un’aumentata potenza e letalità), supercolle (fucili
“lancia-colla” e barriere adesive), reti, cannoni ad acqua elettrizzata,
munizioni di gomma e plastica (tra le altre sono state progettate munizioni a
“doppio uso”, che a seconda della velocità con cui vengono sparate possono
essere letali o “non letali”), Beanbag (munizione particolare la cui
pallottola è costituita da un contenitore caricato con pallini ottenuti da
legumi secchi).

Il terzo rischio paventato da
Mosca Moschini racchiude anch’esso un’implicita ammissione da parte delle
autorità: affermare di fatto che le catastrofi “naturali” sono destinate, nel
prossimo futuro, a moltiplicarsi vuol dire riconoscere la loro prevedibilità,
ossia il loro dipendere da cause sociali.

Si tratta di una chiara
ammissione di consapevolezza che le cause di questi eventi dipendono dalla
sempre più selvaggia distruzione del nostro pianeta, progettata e condotta
dall’attuale organizzazione socio-economica.

Un esempio su tutti, l’uragano Katrina
che nell’agosto 2005 ha distrutto la città di New Orleans e causato migliaia di
morti e centinaia di migliaia di sfollati tra le fasce più povere della
popolazione; ebbene, andando a ricercare le condizioni che permettono la
nascita degli uragani, si scopre che essi hanno origine da acque calde, con
temperature superiori a 26 gradi.

E’ facilmente prevedibile allora
che a causa del surriscaldamento del pianeta e del progressivo scioglimento dei
ghiacciai dovuti all’effetto serra, eventi di questo tipo si moltiplicheranno e
intensificheranno la propria forza distruttiva.

Sempre soffermandoci sull’uragano
Katrina, è interessante notare come è stata gestita dai militari,
nell’immediato, la drammatica emergenza verificatasi: alla disperazione e alla
rabbia dei superstiti, che hanno iniziato a saccheggiare negozi alla ricerca
soprattutto di generi alimentari e di prima necessità, gli Stati Uniti hanno
risposto inviando migliaia di soldati della Guardia Nazionale e reintroducendo
le legge marziale, che autorizza a sparare a vista.

Sembra poi che anche metà dei
poliziotti disponibili siano stati sollevati dai compiti di ricerca e
assistenza, per partecipare alla caccia contro queste bande di saccheggiatori.

Spostando l’attenzione su una
vicenda a noi più vicina, geograficamente e cronologicamente, il terremoto
dell’Aquila dell’aprile scorso, non può non colpire la gestione centralizzata
dell’emergenza, resa possibile grazie al lavoro congiunto di sbirri, militari e
protettori civili, che hanno controllato la vita degli sfollati nelle tendopoli
in ogni suo aspetto.

Dalle gestioni delle tendopoli
stesse, in cui per entrare era richiesto un documento d’identità e che con un
vero e proprio coprifuoco venivano chiuse a una certa ora della notte; dal
divieto di discutere collettivamente e distribuire volantini, se non
autorizzati dal comitato centrale della protezione civile; dall’impossibilità
in alcuni casi di cucinare autonomamente fino all’imposizione di particolari
regimi alimentari che favorissero la calma e la passività degli sfollati.

Un’emergenza gestita
militarmente, in cui la vita quotidiana di migliaia di uomini e donne è stata
impregnata dall’odore stantio della gerarchia e della burocrazia da caserma, in
cui ogni autonomia è considerata un pericolo e la silenziosa obbedienza una
virtù.

Che il modello Aquila sia stato
un progetto studiato a tavolino ed esportabile, soprattutto dopo la
sperimentazione avvenuta nel capoluogo abruzzese, ad altre situazioni simili, è
fuor di dubbio, anche alla luce delle dichiarazioni successive alla tragedia di
Messina dell’ottobre scorso, in cui più volte e da più parti si è accennato di
voler utilizzare questo modello per la gestione degli sfollati.

Altro fenomeno degno di
attenzione osservando la gestione post-terremoto dell’Aquila è sicuramente
quello dello sciacallaggio: nonostante i casi reali di persone sorprese a
frugare tra le macerie e le case abbandonate siano stati pochissimi, per alcuni
giorni questo “enorme” problema è stato al centro dell’attenzione di mass media
locali e nazionali.

In questo modo l’attenzione di
molti sfollati è stata distolta dai vari corresponsabili della tragedia, e la
diffidenza e la paura hanno sostituito in molti i sentimenti di solidarietà che
spontaneamente erano sorti; a farne le spese soprattutto gli stranieri,
immediatamente identificati come potenziali sciacalli; a trarne giovamento,
naturalmente, le autorità che hanno avuto un ulteriore pretesto per
militarizzare ulteriormente il territorio e le tendopoli e per applicarvi una
disciplina da caserma.

Niente di nuovo, si è trattata
della semplice riproposizione di un meccanismo ben collaudato a livello
nazionale grazie all’isteria sicuritaria indotta negli ultimi anni.

 

Dopo un sommario accenno ai campi
in cui le forze armate si troveranno ad essere impegnate nei prossimi anni, torniamo
alla questione iniziale di come i vertici militari riusciranno a garantire
standard operativi efficaci, nonostante possibili riduzioni della spesa
destinata alla difesa.

La proposta presentata dal
ministro La Russa e contenuta nel ddl 1373 è di enorme portata e prevede la
costituzione della Difesa Servizi s.p.a., una società con un solo azionista, il
ministero della difesa, che non può cedere azioni, né essere quotata in borsa,
e che nascerebbe con un capitale iniziale di un milione di euro.

Diversi gli ambiti in cui questa
s.p.a. potrebbe svolgere le proprie attività e allungare i propri tentacoli,
con l’obiettivo di rimpinguare le proprie casse.

In primis, la gestione
commerciale dei loghi delle forze armate che, ahinoi, negli ultimi anni hanno
registrato un boom di vendite.

Attualmente, la ditta concessionaria
di tutti i loghi è la Plg che ricava dalle vendite dei prodotti il 35% degli
utili; il restante 65% va nelle tasche delle varie ditte produttrici, che
attualmente sono circa una ventina.

La tipologia dei prodotti è
ampia, si va dai capi d’abbigliamento alle calzature, dagli orologi ai prodotti
alimentari, dagli articoli di cancelleria per le scuole ai deodoranti,
dopobarba, profumi etc.

Tanto per elencare alcune tra le
ditte che hanno scelto di fregiarsi dei loghi dei torturatori della Folgore,
del Battaglione San Marco e della Brigata Sassari, si può citare la Dufour che
ha in progetto di produrre tavolette di cioccolato e uova di pasqua, l’American
Eagle che produrrà scarpe e la società Officina della Moda che ha intenzione di
aprire una catena di negozi con l’insegna Esercito Italiano.

Attualmente, non potendo emettere
fatture, il ministero della Difesa viene ripagato dalla Plg con permute di
servizi e beni; una volta costituitasi la Difesa Servizi, invece, il ministero
potrà attraverso essa essere remunerato economicamente o gestire direttamente i
propri loghi e intascarne quindi i profitti.

Oltre ai margini di guadagno
destinati a crescere, la commercializzazione di questi loghi è un valido mezzo
di pubblicità e un modo per rendere ancor più familiare l’immagine delle forze
armate, soprattutto tra i giovani.

Tralasciando in questo scritto le
conseguenze del ruolo di vero e proprio general contractor che la Difesa
Servizi rivestirà nel settore degli approvvigionamenti per l’esercito e
soprattutto delle armi, i  maggiori
guadagni che la costituzione di questa s.p.a. consentirà vengono dall’immenso
patrimonio immobiliare della Difesa.

Nel marzo 2009, La Russa si
trovava a Cannes, al Mipim, il principale salone internazionale della proprietà
immobiliare, per mostrare la propria mercanzia ai futuri acquirenti: attraverso
la Difesa Servizi, il ministero potrà infatti affittare o vendere i propri
immobili a privati senza l’autorizzazione, finora vincolante, di altri
ministeri e goderne interamente i frutti.

Da un punto di vista economico,
si tratta di un patrimonio immobiliare ricchissimo: numerosissime sono le
caserme, gli uffici, i palazzi storici, gli aeroporti etc. che, anche in
seguito alla fine della leva obbligatoria, sono ormai inutilizzati; in molti
casi poi si tratta di aree e edifici di notevoli dimensioni, che sorgono nei
centri storici o in prossimità di essi, cosa che non fa che aumentarne il
valore di mercato: venderli perchè diventino grandi alberghi o residenze di
lusso non sarà assolutamente difficile.

Nei fatti, si tratta
probabilmente di una delle più grandi privatizzazioni e svendite del patrimonio
pubblico mai realizzate in Italia, che, oltre a finanziare il Ministero della
Guerra, avrà altre nefaste implicazioni per la libertà e la vita di noi tutti.

Come suggerisce infatti il
generale Castagnetti, capo di stato maggiore dell’esercito, perché non
utilizzare, per affrontare l’emergenza carceri, il carcere militare di Santa
Maria Capua Vetere o altre strutture militari idonee, ormai pressoché
inutilizzate?

Come non pensare poi al
terrificante sogno di Maroni di veder sorgere in ogni regione della penisola un
lager per immigrati, utilizzando proprio le caserme inutilizzate?

E’ facile prevedere che questo
desiderio del ministro dell’interno troverà l’incondizionato sostegno del
collega La Russa, che oltre alle motivazioni politico propagandistiche di tutto
il governo avrà indiscutibili interessi economici a far sì che questo progetto
si realizzi.

Carceri e Cie dunque, ma non solo,
la nascente s.p.a. potrà infatti trarre profitti da altri impianti che, a detta
delle autorità stesse, sono di importanza strategica per il paese.

Si legge a pagina 3 della brochure
presentata al Mipim da La Russa:

 “La Difesa Servizi S.p.a. consentirà di
snellire le procedure attualmente in vigore in materia di compravendita,
permuta e impiego industriale delle aree di interesse per la produzione di
energia”.

Confrontiamo questa affermazione
con quanto contenuto nel ddl 1195 che si occupa “delle misure necessarie a
reintrodurre il nucleare in Italia”, e in specifico con quanto affermato
nell’art.22, dall’eloquente titolo “valorizzazione di immobili militari”:

 “Il Ministero della difesa, allo scopo di
soddisfare le proprie esigenze energetiche, nonché per conseguire significative
misure di contenimento degli oneri connessi e delle spese per la gestione delle
aree interessate, può affidare in concessione o in locazione o utilizzare
direttamente, in tutto o in parte, i siti militari, le infrastrutture e i beni
del demanio militare o a qualunque titolo in uso o in dotazione alle Forze
armate, compresa l’Arma dei carabinieri, con la finalità di installare impianti
energetici destinati al miglioramento del quadro di approvvigionamento
strategico dell’energia, della sicurezza e dell’affidabilità del sistema,
nonché della flessibilità e della diversificazione dell’offerta, nel quadro
degli obiettivi comunitari in materia di energia e ambiente”.

In sostanza, da una parte viene sancita
la possibilità di utilizzare aree militari per la costruzione di centrali
nucleari, e dall’altra, attraverso la Difesa Servizi, si rende remunerativa
questa eventualità per le forze armate.

L’uso delle aree militari viene
inoltre concesso, oltre che ad impianti energetici, anche ad impianti legati
allo smaltimento dei rifiuti: significativo, in quest’ambito, il precedente di
qualche anno fa quando in piena emergenza rifiuti nel napoletano tonnellate di
ecoballe vennero stipate all’interno della base militare di Persano, in
provincia di Salerno.

Il cerchio sembra chiudersi.

Dopo aver decretato che le future
nocività, considerate di importanza strategica nazionale, potranno essere
difese militarmente dai “nostri” soldati, come è già avvenuto per la discarica
di Chiaiano, con questi ultimi disegni di legge le autorità hanno stabilito la
possibilità di costruire direttamente in aree militari discariche, inceneritori
e centrali nucleari con i relativi depositi di scorie.

In questo modo viene ridotta a
zero la già debole influenza decisionale delle amministrazioni locali, dato che
le aree militari non sono sotto la competenza degli enti locali; e soprattutto si
organizza la difesa preventiva contro le prevedibili reazioni e lotte delle
popolazioni locali, degli oppositori alle nocività e di compagni e compagne.

Davanti al quadro che emerge
dagli elementi fin qui delineati, ci sembra importante condividere alcune
riflessioni, che possano essere di stimolo per le future battaglie.

E’ evidente, come detto, la
centralità che le forze armate stanno raggiungendo sul fronte interno nel
controllare e reprimere ampie fasce della popolazione, a dimostrazione di come
le autorità intendono affrontare le emergenze sociali e “naturali” che si
presenteranno loro: militarmente.

E i militari, nonostante la
sfacciata propaganda di regime, non fanno volontariato, né conducono operazioni
umanitarie; i soldati, banalità delle banalità, da sempre vengono addestrati
per una sola, terribile, attività, quella di combattere le guerre.

Dalle già menzionate
dichiarazioni di Mosca Moschini, dal breve accenno sul rapporto Nato e dalla
lettura delle precedenti proposte di legge, non ci sembra ci siano molti dubbi
su quali saranno gli scenari, gli obiettivi, e i nemici della guerra che, all’interno, i soldati saranno chiamati
a combattere.

La guerra si svolgerà nelle
nostre città, contro quanti davanti all’evidente e progressivo peggiorare delle
condizioni di vita non si lasceranno ingannare dalla propaganda statale che li
invita ad addossare ogni colpa ad immigrati, rom e ad altre categorie di poveri
(lavavetri, mendicanti, senzatetto etc.), ma indirizzeranno la propria rabbia
contro i reali responsabili del comune sfruttamento.

Questa guerra, poi, sarà
combattuta proprio davanti a quelle caserme e aree militari che saranno scelte per
ospitare i vari impianti di morte d’importanza strategica nazionale; a
difenderli le “nostre” truppe, schierate contro tutti quegli uomini e quelle
donne che non accetteranno passivamente la costruzione di discariche,
inceneritori, centrali nucleari etc.

A ben vedere, quella che stiamo
tratteggiando è, come quelle combattute in Iraq e Afghanistan, una guerra in
difesa della democrazia; in difesa cioè di quel particolare regime di governo,
basato da sempre su enormi disuguaglianze sociali ed economiche, in cui alcuni
impongono ai più le proprie decisioni, grazie proprio alla minaccia o
all’utilizzo concreto della forza.

Davanti a una guerra democratica,
che ha messo da parte ogni distinzione, ed è pronta a caratterizzare con la
propria distruttività la vita di milioni di persone, tanto all’esterno quanto
all’interno dei confini nazionali; davanti a una democrazia di guerra che si
sta rapidamente strutturando a livello culturale, legislativo, e appunto,
militare, per prevenire, reprimere e incarcerare pratiche e progetti di lotta
reali; è necessario che quanti hanno a cuore la libertà e in odio il crescente
autoritarismo, con i suoi progetti di morte e miseria per molti di noi, si
armino di una consapevolezza e determinazione adeguate.

Quale efficacia possono avere le
raccolte di firme per impedire la costruzione di centrali nucleari o discariche
di rifiuti, dal momento che sono state considerate opere d’importanza
strategica nazionale?

Quale efficacia può avere il cercare
l’appoggio di amministratori locali, di fatto esautorati di ogni potere
decisionale da varie leggi, l’ultima delle quali quella che indica le aree
militari come siti idonei alla costruzione di questi impianti?

Percorrere queste strade vuol
dire accontentarsi di mostrare simbolicamente la propria contrarietà a questo
tipo di progetti e, nei fatti, fornire un prezioso aiuto alla controparte, che
farà tesoro del tempo e delle energie sprecate come delle disillusioni che i
prevedibili insuccessi provocheranno.

Mostrare simbolicamente la
propria contrarietà, per buona, quanto ingenua, fede, o per far tacere,
momentaneamente, i tanti “ma” che arrovellano la propria coscienza, non renderà
meno velenosa l’aria intorno alle discariche, né renderà meno irreparabili le conseguenze del nucleare.

Allo stesso modo, che senso ha
continuare a confidare nell’elemosina di qualche padrone, o nelle promesse di
qualche avvoltoio della politica, dal momento che la menzogna con cui hanno
cercato di farci stare buoni, quella secondo cui la società andava verso un
progressivo e diffuso benessere, è con tutta evidenza miseramente naufragata?

Se non vogliamo aggrapparci
supplichevoli alle vesti di lorsignori, e dei loro servi in mimetica, nella
speranza, ben che vada, di essere tra gli ultimi a subire la durezza di questa
autoritaria guerra democratica; se non vogliamo che gli effetti culturali,
materiali e sociali dell’attuale barbarie assumano anch’essi l’incommensurabile
carattere di irreparabilità, sarà
opportuno, dicevamo, armarsi di consapevolezza e determinazione adeguate.

Sarà un buon punto di partenza
fare tesoro delle intenzioni delle autorità, e comprendere che non sarà
possibile contrastare realmente queste
nocività, né opporsi alle politiche razziali, ai lager per immigrati o
all’asfissiante aria di controllo che si respira nelle nostre città, senza mettere
in discussioni a livello teorico e soprattutto pratico il ruolo e l’esistenza
stessa dei soldati.

Troveremo sempre le truppe
nostrane schierate dall’altra pare del fronte, a difendere gli interessi dei
ricchi e dei potenti e i loro molteplici progetti di morte, organica e sociale;
e con loro, se ancora qualcuno si ostinasse, non sarà possibile nessun dialogo
– non saprebbero infatti rispondere altro che: “sto solo obbedendo agli ordini”
o “sto solo facendo il mio lavoro”.

Con “i nostri bravi ragazzi” in
mimetica sarà possibile solo scontrarsi per quanti vorranno con determinazione
portare avanti le future battaglie.

Per questo già da ora, non
concediamogli nessuna tregua, nelle tante manifestazioni propagandistiche e
nelle attività di pattugliamento e controllo che già svolgono nelle nostre
città;

sabotiamo la realizzazione dei
tanti progetti in cantiere dell’industria della guerra;

sabotiamo la costruzione delle
nuove basi militari, in cui le truppe saranno addestrate per combatterci.

Contro la guerra e contro la
pace, dei padroni e dei loro servi in divisa.

Per la guerra sociale.

 

Edizioni laramaccia,
Teramo

 

Per info e
contatti: laramaccia@yahoo.it

Quest’opuscolo
lo puoi trovare anche allo spazio antiautoritario “La Fionda” in

via Trento e
Trieste 35 a
Teramo, aperto ogni venerdì dopo le 18.00

Per una
rassegna più ampia di testi e iniziative antimilitaristi, si può consultare il

sito: romperelerighe.noblogs.org


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