La memoria di un presente coloniale

Il 9 ottobre, quattro ufficiali degli Alpini sono saltati in aria a bordo del loro “Lince” nella provincia afghana di Farah in seguito a un attentato. Sale a 30 il numero di soldati italiani morti in Afganistan dal 2004.

Mentre il mondo politico esprime unanimemente il proprio cordoglio; mentre il ministro della guerra La Russa chiede al Parlamento di dotare di bombe gli aerei Amx (consapevole, dice, che “è una cosa ai limiti della compatibilità” vista la “missione di pace” in cui è implicata l’Italia); mentre le penne nere sfilano a Trento a spiegare quanto sono buoni e altruisti gli Alpini; la nostra memoria corre a quello che scriveva, quasi un secolo fa, Errico Malatesta a proposito della guerra contro la Libia (anche quella “missione civilizzatrice”, sostenuta da fior fiore di interventisti democratici). 

Quando le soldatesche austriache scorazzavano le campagne lombarde e le forche di Francesco Giuseppe si ergevano sulle piazze d’Italia, nobile e santa era la rivolta degl’Italiani contro il tiranno austriaco. Oggi che l’Italia va ad invadere un altro paese e sulla piazza di Tripoli si erge e strangola la forca di Vittorio Emanuele, nobile e santa è la rivolta degli arabi contro il tiranno italiano (“La guerra tripolitana”, aprile 1912). 

Ci si dica pure che siamo dei “senza patria”: può anche darsi che sia così. Ad ogni modo, se una patria noi dovessimo sceglierci, sceglieremmo sempre la patria degli oppressi, e non quella degli oppressori. Ma diciamo di più: se sapessimo che dell’esercito che sta invadendo la Libia facessero parte i nostri amici più cari, i fratelli che più amiamo, ebbene, malgrado loro, noi giammai augureremmo la vittoria all’esercito che combatte per perpetrare un atto di tirannide. Anche allora il voto più fervido nostro sarebbe per le povere e disperse tribù che lottano disperatamente per la propria libertà. E così sentendo – perché è il più profondo sentimento d’animo nostro che si esprime per le nostre parole – sappiamo di essere guidati da un superiore e assoluto principio di giustizia, uniformandosi al quale soltanto l’umanità può sperare di elevarsi moralmente verso le ragioni del bene (“Volontà”, settembre 1913).


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