Il diritto alla guerra

Quando si discute di Diritto Internazionale Umanitario, nel migliore dei casi se ne critica la non applicazione da parte degli eserciti impegnati in guerra e la conseguente inefficacia nel limitare gli abusi e gli orrori commessi dai militari.

Spesso tuttavia costruire degli argini non solo non consente di mitigare la capacità di un fiume, ma non fa altro che aumentarne la potenza. Così questo insieme di norme e procedure umanitarie si è frequentemente dimostrato una valida arma nelle mani dei signori della guerra.

Per cogliere il ruolo svolto dal DIU può risultare utile osservare da vicino il comportamento di Israele, una democrazia di guerra in senso stretto. Chi si stupisce dell’incapacità di quest’area del diritto di prevenire o sanzionare gli eccessi nelle condotte degli eserciti, farebbe bene ad ascoltare le parole di Ava Kasher, un professore di etica dell’università di Tel Aviv, scelto dalle forze armate israeliane per elaborare un codice etico che guidi le operazioni militari contro i palestinesi. Ci spiega il professore che: “Il diritto internazionale non è rigido come il codice della strada. Buona parte di esso è consuetudinario e c’è attualmente uno sforzo internazionale comune nel riscriverlo al fine di adattarlo alla guerra contemporanea,” aggiungendo poi, riguardo il suo Stato: “Noi in Israele, in prima linea nella guerra contro il terrore, siamo chiamati a recitare una parte cruciale nello sviluppo del DIU, consapevoli che ciò che facciamo è destinato a diventare legge”.

La riscrittura di questo codice è insomma affidata agli attacchi militari che proprio infrangendo le  norme precedenti preparano l’elaborazione di quelle future, e la legittimazione retroattiva delle azioni stesse. Esempio ne sono gli assassinii mirati che, da pratiche esclusivamente israeliane per lo più criticate dalla comunità internazionale, hanno guadagnato oggi una diffusa legittimità.

Anche la forma vuole però la sua parte e per quanto il diritto possa risultare elastico davanti alle sollecitazioni delle maggiori potenze, non si può pensare di stravolgerlo completamente. Compito allora degli esperti di DIU, al fine di garantire ai propri governi una maggiore agibilità, è quello di esplorare “il potenziale non sfruttato nell’interpretazione del diritto internazionale”.

Il Primo protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra invitava “a un efficace avvertimento prima degli attacchi che possono colpire una popolazione civile”. Ecco allora che durante l’operazione Piombo Fuso, uno degli attacchi più violenti e distruttivi condotti contro la popolazione palestinese, i militari israeliani, seguendo le direttive dei consulenti legali della difesa, hanno adottato diverse modalità per avvertire i civili che stavano per essere bombardati. Sono state interrotte le trasmissioni televisive e radiofoniche palestinesi, diffusi volantini via aria, sono stati inviati sms e effettuate telefonate sulle utenze domestiche, premunendosi persino di riallacciare i contratti sospesi per morosità. Un’innovazione nel campo delle tecnologie d’avvertimento è stata poi rappresentata dalla pratica del “bussare sul tetto”, che consiste nel lanciare sui tetti bombe prive di esplosivo, ma capaci di produrre un impatto abbastanza forte, tale da far impaurire gli abitanti e spingerli così a fuggire prima dell’arrivo delle bombe vere.

Tanta premura non è certo giustificata dalla preoccupazione di salvare delle vite quanto dall’importanza di legittimare la distruzione di alcuni bersagli e poter così stilare con maggiore serenità le future statistiche. Vuole infatti il diritto che le persone che restano in una casa nonostante un’allerta non siano da considerare civili ma scudi umani volontari. Se poi qualcuno addirittura osa tornare nella propria casa per proteggerla diventa un combattente a tutti gli effetti. Così, grazie a una telefonata, persone ed edifici possono divenire bersagli legittimi.

La proliferazione dell’avvertimento stimolata dal diritto risulta così favorire una proliferazione della distruzione. Non solo da un punto di vista legale i militari coinvolti nell’attacco non devono mostrare alcuna considerazione per le vittime dei bombardamenti, ma questa trasformazione in obiettivi legittimi favorisce anche la rimozione di possibili malumori o dubbi etici che possono sempre sorgere, laddove la trasformazione dell’uomo in soldato non sia stata completata dall’addestramento.

Un problema che, se colpisce eserciti ideologicamente molto coesi come quello israeliano, non può certo essere sottovalutato dalle autorità nostrane. Viene allora da chiedersi se l’altisonante definizione di “opere strategiche di importanza nazionale” con cui sono stati definiti inceneritori e discariche, non serva anche per legittimare agli occhi dei militari le operazioni di difesa che saranno chiamati ad opporre all’ostilità delle popolazioni vicine.

L’indagine sulle potenzialità inespresse nell’interpretazione del diritto ha coinvolto poi sicuramente il campo delle “munizioni umanitarie”, termine con cui sono state indicati quegli esplosivi dalla ridotta capacità distruttiva, che possono pertanto essere utilizzati, legittimamente, in aree densamente popolate. Inutile osservare come questo, in definitiva, consenta di produrre un numero di morti maggiore.

In definitiva è opportuno riflettere non solo sull’evidente impossibilità di contrastare le attuali carneficine umanitarie sostenendosi con il bastone del diritto internazionale, ma anche sulla sua inadeguatezza ad arginarne realmente gli orrori.

Privilegiare la critica degli abusi compiuti dalle forze armate durante i conflitti finisce per oscurare le ragioni delle guerre concentrando tutta l’attenzione sui loro torti più evidenti.

Così facendo si contribuisce ad assottigliare la nostra armatura etica e sterilizzare le tensioni, rendendo i movimenti di opposizione alla guerra quanto mai indecisi e disarmati.

Rompere il bastone del diritto e di una stolta buona fede è allora un primo passo irrinunciabile per ricominciare a camminare con le nostre gambe lasciandoci alle spalle il claudicare delle nostre coscienze.

l.g.


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