Eni e il “green” verde sporco

Come si può notare negli ultimi mesi c’è una cospicua campagna mediatica da parte dell’Eni attraverso i più disparati metodi di propaganda. Pubblicità sui giornali a piena pagina, spot in tv, giganteschi pannelli pubblicitari, inserzioni sul web e una accattivante grafica stile “green” – “bio”.
Cos’è che ci vuole dire l’Eni con i suoi messaggi e con le sue politiche sull’innovazione dello sviluppo economico?
A Porto Marghera, a Venezia, c’è la prima raffineria tradizionale trasformata in bioraffineria.
Ora tocca a Gela dove con lo stesso metodo si vuole aprire il secondo stabilimento di bioraffinazioni, per ora ancora in fase di sperimentazione. Questa nuova lavorazione, chiamata “waste to fuel” (W2F), consiste nel trasformare i rifiuti solidi urbani organici in bio-olio per carburanti navali con basso tasso di zolfo, cioè ‹‹ripetere in poche ore ciò che la natura ha fatto in millenni per produrre il petrolio››. Così dichiara Vincenzo Larocca, A.D. Di Syndial, azienda dell’Eni che si occupa della riconversione e bonifica dei vecchi siti di produzione Eni, che aggiunge: ‹‹in più produce un sottoprodotto importante: acqua di buona qualità, riutilizzabile nei cicli industriali stessi o persino per usi civili, per esempio l’irrigazione in agricoltura››.
Nello stesso sito di Gela sono già stati installati dei pannelli fotovoltaici in un’area di cinque campi da calcio, distesi su una zona ricoperta da fanghi radioattivi scaricati gli anni scorsi.
Il tasso di occupazione è 1026 dipendenti e altri 1500 lavoratori dell’indotto, insomma una “bella” notizia visti i livelli di disoccupazione al Sud Italia. A tal proposito già nel 1964 Enrico Mattei chiese al regista Giuseppe Ferrara di fare un documentario dal titolo “Gela antica e nuova” per pubblicizzare il nuovo sito, e anche Sciascia e Quasimodo ne scrissero le gesta di queste nuove possibilità per la povera Sicilia del dopoguerra. Così si è passati dai contadini fatti massacrare dai fucili dei carabinieri su ordine della DC, al progresso, con i suoi operai e veleni letali.
Quindi possiamo notare che avere una facciata pulita per l’Eni (ancora Agip negli anni ’60) è stata sempre al centro di una politica di propaganda da fare in svariati modi, per tutti quegli italiani che credono l’Eni un fiore all’ occhiello dell’industria italica. Un’ azienda che ha un peso reale a livello geopolitico ed internazionale. Un peso che esiste concretamente da tempo, tanto da far entrare l’ Italia in varie guerre ed interessi poco puliti negli ultimi decenni.

Cosa notiamo noi in tutta questa faccenda?
La nuova politica green e filantropica di una delle aziende più guerrafondaie d’ Italia.
L’ Eni si lamenta che in Sicilia vengono recuperati solo il 20% di rifiuti solidi organici, troppo poco per la sua nuova raffineria, quindi c’è bisogno della partecipazione di tutta la popolazione.
Ed ecco pubblicità come “Eni+Silvia è meglio di Eni”, con una grafica da prodotto biologico km 0. È così che ci dicono “dateci una mano” a costo zero per fare i nostri interessi. Oppure dello sforzo di Eni in investimenti in batterie per l’accumulo di energie rinnovabili, o ancora l’obiettivo entro il 2022 di produrre 500 megawatt l’anno di cui 270 in Italia tramite energia rinnovabile. O la logica circolare con le disgraziate auto del car sharing, facili da rubare e bruciare. Se non bastasse ancora, il finanziare la formazione di “giovani capaci con lo sguardo al futuro”.
Ma la campagna mediatica non finisce qui, sfiorando i limiti del grottesco. L’Eni ha infatti il coraggio di dirci che a Waru in Nigeria insieme alla Fao ha fatto costruire un pozzo, ed ora c’è un rubinetto di acqua “pulita” ogni…4000 persone. Forse ci si è dimenticati che l’Eni da decenni avvelena le acque del Delta del Niger, riducendo alla fame intere popolazioni vista la moria di pesci. Per anni infatti la popolazione locale si è organizzata anche in modo armato e tramite sequestri dei tecnici Eni, per costringerla a ritirarsi da alcune zone. Lotta tutt’ora in corso.

Anche qui in Italia nel 2017 in Val d’Agri, in Basilicata, ci fu lo sversamento di 400 tonnellate di petrolio che poi si scoprì che durava da 8 anni, con l’avvelenamento di 26000 km² di acque sotterranee rischiando di inquinare anche la diga del Pertusillo, la fonte d’acqua di principale rifornimento per la Puglia. Il silenzio dei vertici di Eni negli anni per non bloccare le estrazioni arrivò a far sì che uno dei loro ingegneri nel 2013 si tolse la vita perchè gli venne imposto il silenzio.
Insomma le faccende dell’Eni son sporche in tutti i sensi e da sempre, basti pensare al già citato Enrico Mattei, fino ad arrivare alle tangenti di 2 miliardi di euro per accapparrarsi dei giacimenti in Nigeria, come si può vedere in un inchiesta televisiva su “Report”.
Ma sentiamo le parole dell’ attuale AD Claudio Descalzi: ‹‹il nostro obiettivo è che entro il 2030 vogliamo raggiungere la neutralità carbonica delle attività di esplorazione e produzione di idrocarburi››, ‹‹abbandonare la cultura dello spreco perchè le risorse non sono infinite››.
Due frasi emblematiche a nostro avviso. Perchè?
La prima frase rientra in uno scenario più ampio, in un dibattito pubblico attuale dove i problemi climatici si intrecciano con il progresso tecnologico con l’annesso aumento di consumo energetico e accapparramento di risorse. Le agende politiche di ogni Stato si contraddistinguono nel cercare di trovare tutte le fonti energetiche possibili per soddisfare la richiesta mai sazia di energia e ciò si intreccia con il tentativo di rimanere “indipendenti” energeticamente e il più possibile a riparo dagli sbalzi dei mercati o dalla guerra dei dazi (vedi Iran), se non addirittura “coperti” in futuro in una possibile guerra guerreggiata nel vero senso della parola.
La seconda frase, come abbiamo già detto, mostra la volontà di spingere tutta la popolazione a collaborare con gli interessi dell’azienda e non solo. Il tutto ricamato con parole “eticamente” accattivanti e ad effetto.
Un’ altra chicca di Eni in questo suo programma è una pubblicità sulla plastica presente in Africa, con annessa “critica” al capitalismo e all’occidente, con un discorso che suona come una ramanzina a chi non dà una mano in questi progetti di così alto valore etico.

Se negli ultimi mesi il movimento “Friday for future” ha cercato di sensibilizzare con le sue proteste pacifiche in piazza sulla questione ambientale, quello che notiamo in questo movimento è la visione ridotta del problema e la scelta sbagliata degli interlocutori. Non si può dialogare con gente che dirige aziende come Eni, la quale così facendo si sente legittimata a sostenere discorsi filantropici, o per esempio a piantare 80.000 km² di nuove foreste in Ghana, Malawi, Zimbabwe, le quali probabilmente verranno utilizzate per la creazione di biomasse da trasformare in energia “green” utile agli Stati per i loro progetti più meschini. Il discorso sarebbe lungo ma il non vedere certi aspetti da parte di movimenti giovani, nonostante la nostra simpatia e la buona fede che gli attribuiamo, di problemi complessi come ambiente, guerre, risorse, scambi commerciali, è fuorviante per una critica più precisa ed una pratica più coraggiosa ed efficace contro i progetti di cui si parla.
Ci torneremo in altri luoghi.
Quello che è sicuro è che l’Eni tramite questa sua facciata cerca di nascondere la sua essenza politica che è legata alla presenza dei militari italiani in Libia, Niger, Corno d’Africa e non solo. Non a caso all’incontro che c’è stato a Milano l’ 1 Luglio 2019 hanno partecipato Serraj, premier di Tripoli, Matteo Salvini e anche alcuni rappresentanti dell’Eni, per parlare del conflitto bellico in corso. Oppure che questi nuovi carburanti bio per navi saranno utili alla nuova ammiraglia della marina militare, la nuova portaerei “Trieste” costata più di 1 miliardo di euro. Tutta questa retorica e pubblicistica non deve passare, non bisogna farsi illudere di fronte a parole ormai usurate e false come “bio-green-riciclo-circolarità”.
Non esiste energia “green” e non esiste un Eni sostenibile e pacifista.


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