‘Dobbiamo continuare la ricerca scientifica?’ Di Alexander Grothendieck

Dal numero 15 di Malamente, di cui ringraziamo la redazione per averci fornito il testo

    Ogni scienza, quando la intendiamo non come uno strumento di potere e dominio, ma come un’avventura nella conoscenza perseguita dalla nostra specie attraverso i tempi, altro non è che questa armonia, più o meno vasta e più o meno ricca da un’epoca all’altra, che si svolge nel corso delle generazioni e dei secoli, per il delicato contrappunto di tutti i temi che appaiono di volta in volta, come evocati dal vuoto.
    Alexander Grothendieck, Récoltes et Semailles

Probabilmente il nome di Alexander Grothendieck non dirà nulla a molti dei nostri lettori. In realtà Grothendieck è stato uno dei principali e più influenti matematici del secondo Novecento, considerato l’“Einstein della matematica”. A un certo punto della sua vita, però, ha interrotto la propria carriera accademica e si è fatto nemico implacabile della comunità scientifica, ritenuta il principale sostegno della civiltà tecnologica e industriale che con la sua irresponsabilità stava – e sta tuttora – conducendo al collasso l’umanità e l’intero pianeta.

Alexander Grothendieck nasce a Berlino nel 1928 da Alexander “Sascha” Schapiro, ebreo russo rivoluzionario espulso dal suo paese e Hanka Grothendieck. I genitori, che si erano conosciuti negli ambienti del movimento anarchico tedesco, nel 1936 vanno a sostenere la rivoluzione sociale e combattere la guerra civile spagnola per poi stabilirsi in Francia, dove li raggiunge Alexander rimasto nel frattempo affidato a una famiglia di Amburgo.
Per le sue qualità si fa presto strada nel mondo della matematica, intraprendendo un progetto visionario di completa riscrittura dei fondamenti della geometria algebrica – le cui formule, teoremi e dimostrazioni qui non ci azzardiamo nemmeno ad accennare – per il quale nel 1966 ottiene la medaglia Fields, riconoscimento per la matematica equivalente al premio Nobel, che però non ritira di persona a Mosca per protesta contro le persecuzioni sovietiche di scrittori dissidenti. Sono anni in cui, con sempre maggior decisione, solleva la testa dai fogli cosparsi di formule per interrogarsi sul proprio stare al mondo: “per circa venticinque anni – scrive – ho consacrato la totalità delle mie energie intellettuali alla ricerca matematica, immerso in un’ignoranza pressoché totale sul ruolo dei matematici nella società” [Comment je suis devenu militant?, in “Survivre et Vivre”, n. 6, gen. 1971].
Nel 1967 è invitato a tenere lezioni in Vietnam, ad Hanoi, e accetta nonostante i bombardamenti statunitensi. La svolta definitiva avviene nel settembre 1970, a quarantadue anni, quando abbandona il suo posto presso l’Institut des hautes études scientifiques (IHES), all’epoca centro nevralgico per la matematica e la fisica teorica. La goccia che fa traboccare il caso è la scoperta che l’Istituto riceveva fondi dal Ministero della Difesa francese. Grothendieck tenta di convincere i colleghi a protestare e dimettersi in massa; lasciato solo, tormentato dall’idea che le sue ricerche potessero essere usate per scopi militari, se ne va sbattendo la porta. L’opportunità di lavorare all’IHES, un istituto privato, l’aveva colta nel 1959 perché, in quanto apolide, gli era precluso l’accesso al sistema della ricerca pubblica. D’altra parte, lui stesso stava rimandando il più a lungo possibile la propria naturalizzazione francese per non essere richiamato al servizio militare.
Sempre nel 1970 fonda a Montréal il gruppo ecologista radicale Survivre, poi, come spiega nel testo che pubblichiamo, rinominato Survivre et Vivre, il cui scopo è infatti, allo stesso tempo, la lotta per la vita minacciata dal disastro ecologico e sociale dovuto alla crescita indiscriminata di scienza e tecnologia e la ricerca di un radicale cambio di rotta.
Accetta temporaneamente un posto al College de France, ma poi si ritira completamente dal centro della scena e, per guadagnarsi da vivere, si rifugia in un’università di provincia (a Montpellier) dove continua a insegnare diventando popolare tra gli studenti per il suo attivismo politico e le sue proposte provocatorie, come tirare a sorte i voti degli esami oppure dare a tutti il massimo. Intanto vive in campagna in una casa priva di elettricità frequentata da giovani “alternativi” e viaggia per tenere conferenze in varie università, sempre a patto di poter parlare oltre che di geometria anche dei disastri della civiltà tecnologica, con particolare riferimento alla minaccia nucleare.
Nel 1977 l’Accademia francese delle scienze lo premia con la medaglia Picard. Grothendieck la ritira e ne fa uno schiaccianoci “molto efficace”, come dirà a un amico. Nel 1988 è la volta del prestigioso Crafoord Prize, che rifiuta: “accettare di partecipare al gioco dei premi e delle onorificenze significherebbe anche dare la mia approvazione a uno spirito e a una tendenza nel mondo scientifico che io considero come essere fondamentalmente malsana e per di più destinata a scomparire presto, essendo tale spirito e tendenza così rovinosi spiritualmente, intellettualmente e materialmente”.
Infine, in pensione, si ritira in uno sperduto paesino dei Pirenei. Brucia quintali di appunti matematici e, nel 2010, quattro anni prima di morire, intima agli ex allievi di interrompere ogni attività di divulgazione dei suoi scritti, affinché le sue teorie non vengano utilizzate per fini ignobili. Se le ricerche teoriche di Einstein avevano fatto da presupposto alla costruzione della bomba atomica, Grothendieck con la propria scelta di vita denuncia il mito del progresso a tutti i costi tanto caro alla civiltà tecnologica e industriale, come una sorta di nuova religione inculcata in ognuno di noi fin dai primi passi in un’aula scolastica. La sua eredità rimane, in ogni caso, incancellabile: “chiunque oggi studi geometria algebrica o aritmetica – afferma il matematico Luc Illusie – usa il linguaggio, le idee e i teoremi di Grothendieck”.
Nel testo che abbiamo tradotto (ripreso, con alcuni tagli, da una sua conferenza al CERN del 27 gennaio 1972), Grothendieck contesta la pretesa neutralità della ricerca scientifica e rimprovera agli scienziati di svolgere il proprio lavoro senza porsi il problema di quale sia il ruolo della scienza nella società.


Alexander Grothendieck, Dobbiamo continuare la ricerca scientifica?, 27 gen. 1972

Innanzitutto, voglio però dire due parole su di me. Io sono un matematico. Ho consacrato gran parte della mia vita a fare ricerca matematica. La ricerca che ho fatto e che hanno fatto i colleghi con cui sono stato in contatto mi sembrava molto distante da qualunque tipo di applicazione pratica. Per questo motivo mi sono a lungo sentito poco incline a pormi delle domande sui perché e i per come, in particolare sull’impatto sociale di questa ricerca scientifica. È solo recentemente, da circa due anni, che ho cominciato progressivamente a pormi domande a questo riguardo. E così, un anno e mezzo fa, sono arrivato alla decisione di abbandonare ogni tipo di ricerca scientifica. Per il futuro non farò che lo stretto necessario a mantenermi, visto che, fino a prova contraria, non ho altro mestiere che quello di matematico.
Che la ricerca avanzata sia associata a una reale minaccia per la sopravvivenza dell’umanità, una minaccia tout court alla vita sul pianeta, non è una situazione eccezionale, ma la normalità. La minaccia per la sopravvivenza non si porrebbe se lo stato delle nostre scienze fosse, ad esempio, quello dell’anno 1900. Non voglio con questo dire che la causa di tutti i nostri mali, di tutti i pericoli, sia la scienza; c’è da tener conto della congiunzione di diversi fattori, ma la scienza, lo stato attuale della ricerca scientifica, gioca certamente un ruolo fondamentale. […]
Come già detto, sono circa due anni che mi interrogo su questo. Il problema lo pongo anche ai colleghi e infatti, da circa sei mesi, approfitto di tutte le occasioni utili per incontrare scienziati, che siano discussioni pubbliche o incontri privati, e sollevare la questione. In particolare, domando: “perché facciamo ricerca scientifica?”. Il che, sul lungo periodo, è la stessa cosa di chiedere: “dobbiamo continuare la ricerca scientifica?”. È sbalorditivo vedere fino a che punto i miei colleghi siano incapaci di rispondere a questa domanda. In effetti, per la maggior parte di loro la domanda è così strana che rifiutano proprio di prenderla in considerazione. In ogni caso, esitano enormemente a dare una qualunque risposta. E quando si arriva a strappar loro una risposta, quello che si sente generalmente è, in ordine di frequenza: “la ricerca scientifica? La faccio perché mi piace, perché ci trovo delle soddisfazioni intellettuali”; talvolta invece: “faccio ricerca scientifica perché bisogna pur vivere, perché sono pagato per farla”.
La prima motivazione posso dire che è stata anche la mia motivazione principale, durante la mia vita da ricercatore. Effettivamente la ricerca scientifica mi faceva piacere e non mi ponevo altre domande. Il fatto che mi facesse piacere era dovuto in gran parte al contesto sociale, che me la prospettava come un’attività nobile, positiva, un’attività che valeva la pena svolgere. L’esperienza diretta mi diceva che, insieme ai miei colleghi, stavamo costruendo qualcosa, un certo edificio. C’era una sensazione di avanzamento che dava un’idea di realizzazione, di pienezza possiamo dire, e allo stesso tempo una certa attrazione verso i problemi che si ponevano. Ma tutto questo, in fin dei conti, non risponde alla domanda: “a cosa serve socialmente la ricerca scientifica?”. Perché, se non avesse altro scopo di procurare piacere a un pugno di matematici o di altri scienziati, senza dubbio la società esiterebbe a investirci somme considerevoli (in realtà in matematica non sono così alte come in altri campi). La società esiterebbe anche a esaltare queste attività, così com’è indifferente ad attività che richiedono altrettanto sforzo ma di diverso genere, come giocare a biglie o cose simili. Si possono sviluppare al massimo certe facoltà tecniche, che siano intellettuali, manuali o altro, ma perché c’è questa valorizzazione sociale proprio della ricerca scientifica? È una questione che merita di essere posta.
D’altra parte, nel corso dello scorso anno, parlando con molti colleghi mi sono reso conto che questa soddisfazione che gli scienziati si suppone traggano dall’esercizio della loro cara professione è in realtà un piacere … non così scontato per tutti. Mi sono accorto con stupore che per la maggior parte degli scienziati la ricerca scientifica è avvertita come una costrizione, una servitù. Fare ricerca scientifica è una questione di vita o di morte se si vuole rimanere membri della comunità scientifica; dal momento che si è intrapresa questa strada, fare ricerca è un imperativo per poter trovare un impiego. Una volta che la carriera è avviata, diventa un imperativo per salire di grado. E una volta che si è saliti di grado, anche ammesso che siano raggiunti i vertici della carriera accademica, è un imperativo per poter essere considerati ancora della partita. Ci si aspetta che voi produciate. La ricerca scientifica, come qualunque altro tipo di produzione nella società attuale, è considerata come un imperativo in sé. In tutto questo la cosa sorprendente è che il contenuto della ricerca passa interamente in secondo piano. Si tratta di produrre un certo numero di “articoli”. […]
Penso che il clima che pervade il mondo scientifico, non solo matematico, sia una sorta di atmosfera dall’aria estremamente rarefatta e che la pressione che si esercita sui ricercatori sia in molti casi deplorevole. Questo per quanto riguarda il piacere che proviamo nel condurre la ricerca scientifica. Credo che questo piacere ci possa essere, ma sono arrivato alla conclusione che il piacere di pochi, di quelli sui più alti gradini dell’accademia, si faccia a spese d’una reale repressione nei confronti dei ricercatori di medio livello.
Un altro aspetto di questo problema, che va al di là dei confini della comunità scientifica, è il fatto che queste alte acrobazie del pensiero umano si facciano a discapito dell’intera popolazione, che è spossessata di ogni sapere. Nell’ideologia dominante della nostra società il solo vero sapere è il sapere scientifico, la conoscenza scientifica, che è appannaggio sul pianeta di alcuni milioni di persone, forse di una persona su mille. Tutti gli altri “non sanno” e infatti quando si parla con loro hanno proprio l’impressione di “non sapere”. Coloro che conoscono sono quelli là in alto, nelle alte scienze: i matematici, gli scienziati, i sapienti…
Dunque, penso che ci siano molte osservazioni critiche da fare sul piacere che ci restituisce la scienza e sui suoi risvolti. Questo piacere è soprattutto una sorta di giustificazione ideologica di un preciso corso che la società umana sta prendendo e, per questo motivo, penso che la scienza che si fa nel contesto attuale, anche la più disinteressata, anche la più lontana da ogni applicazione pratica, abbia un impatto estremamente negativo. Io, quindi, attualmente mi astengo nella massima misura possibile dal partecipare a questo genere di attività.
Abbiamo poi la seconda motivazione: la scienza, l’attività scientifica, ci permette di avere un salario, ci permette di vivere. Dopo le conversazioni che ho avuto con molti colleghi, posso dire che questa è la motivazione principale per gran parte degli scienziati. Ci sarebbero molte cose da dire anche a tale proposito. In particolare per quei giovani che entrano ora nella carriera scientifica, che studiano e s’immaginano che presto troveranno un mestiere che gli assicurerà la stabilità. Credo che sia abbastanza chiaro che questa è una grande illusione.
Resta il fatto che anche quando la scienza ci permette di avere un salario e di sopperire alle nostre necessità, il legame tra il nostro lavoro e la soddisfazione dei nostri bisogni, non è un legame diretto ma estremamente astratto. Il legame è dato dal salario, ma i nostri bisogni non sono direttamente connessi all’attività che svolgiamo. È questa la cosa evidente quando poniamo la questione: “a cosa serve socialmente la scienza?”, e nessuno è in grado di rispondere. Le attività scientifiche che noi facciamo non servono a soddisfare direttamente nessuno dei nostri bisogni, nessuno dei bisogni di chi ci è vicino o delle persone che possiamo conoscere. C’è una perfetta alienazione tra noi stessi e il nostro lavoro. Ovviamente non è un fenomeno specifico dell’attività scientifica, ma è una situazione comune a quasi tutte le attività professionali all’interno della civiltà industriale. È uno dei grandi difetti di questa civiltà industriale.
Nello specifico della scienza matematica, da qualche tempo sto cercando di scoprire una maniera per cui la ricerca, quella che si fa da qualche secolo a questa parte, possa essere utile dal punto di vista della soddisfazione dei nostri bisogni. Da almeno tre mesi ne sto parlando con matematici di tutti i tipi. Nessuno è stato capace di darmi una risposta. Non vorrei dire che nessuna di queste conoscenze sia in grado, in un modo o nell’altro, di venire applicata per il nostro bene, per permetterci una migliore realizzazione personale, per soddisfare certi concreti desideri, ma fino a ora non l’ho trovata. Se l’avessi trovata, sarei stato molto più felice. Dopo tutto, io stesso sono un matematico e mi farebbe piacere sapere che le mie conoscenze matematiche possano servire a qualcosa di socialmente positivo. Ora, in due anni che cerco un po’ di comprendere la direzione che la società sta prendendo e le nostre possibilità di agire favorevolmente su questo corso, in particolare le possibilità che abbiamo per permettere la sopravvivenza della specie umana e un’evoluzione della vita che sia degna d’essere vissuta, in tutto questo le mie conoscenze scientifiche non mi sono servite nemmeno una volta.
La sola cosa per la quale la mia formazione di matematico mi sia servita non è in realtà legata alla mia formazione, ma alla mia fama di matematico. Essendo io abbastanza conosciuto ho avuto la possibilità di farmi invitare da parecchie università, un po’ ovunque, il che mi ha consentito di discutere con molti colleghi e studenti. La scorsa primavera ho fatto un tour in Canada e negli Stati Uniti, nel giro di tre settimane ho visitato una ventina di campus: ho tratto un beneficio enorme da questi contatti, le mie idee, la mia visione delle cose sono enormemente evolute. Ma è dunque in maniera del tutto incidentale che il mio essere un matematico mi è servito.
Ho portato qui alcuni numeri del nostro giornale “Survivre et Vivre”. Il gruppo ha cambiato nome da qualche mese: al posto di “Survivre”, dopo un importante cambiamento di visuale, è diventato “Survivre et Vivre”. All’inizio eravamo ossessionati da una possibile fine del mondo, per cui l’imperativo essenziale era, per noi, quello della sopravvivenza. Poi però, ragionando tra noi e anche con altri fuori dal gruppo, siamo giunti a un’altra conclusione. Eravamo inizialmente come schiacciati dalla molteplicità di problemi estremamente collegati l’uno all’altro, che sembrava impossibile accostarsi a uno di essi senza necessariamente coinvolgere anche gli altri. Ci saremmo lasciati andare a una sorta di disperazione, di pessimismo nero, se non avessimo fatto il seguente cambio di visuale: è all’interno del sistema di riferimento abituale nel quale viviamo, all’interno della civiltà data, chiamiamola civiltà occidentale o civiltà industriale, che non c’è soluzione possibile. L’interconnessione dei problemi economici, politici, ideologici e scientifici è tale da non lasciare vie di uscita possibili.
Credevamo che grazie alle conoscenze scientifiche, mettendole a disposizione di tutti, si sarebbe arrivati a trovare una soluzione ai problemi che abbiamo di fronte. Ci siamo risvegliati da questa illusione. Pensiamo ora che la soluzione non verrà affatto da un supplemento di conoscenze scientifiche, da un supplemento di tecniche ma, piuttosto, da un cambio di civilizzazione. È in questo che consiste il cambio di visuale ed è estremamente importante. Per noi, la civiltà dominante, la civiltà industriale è condannata a scomparire in un tempo relativamente breve, forse dieci, venti o trenta anni… una o due generazioni, perché i problemi che attualmente pone questa civiltà sono insolubili. Il nostro ruolo lo vediamo nella direzione seguente: essere parte integrante di un processo di trasformazione da un tipo di civiltà a un’altra, che possiamo cominciare a sviluppare già da adesso. Per questo il problema della sopravvivenza lo abbiamo, se così si può dire, superato, ed è diventato il problema della vita, della trasformazione delle nostre vite, nell’immediato, verso un modello di relazioni umane che siano degne d’essere vissute e che, d’altra parte, siano praticabili sul lungo periodo e possano servire come punto di partenza per la creazione di una civiltà post-industriale e di una nuova cultura.


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