Militari davanti alle carceri?

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Dicono che la situazione nelle carceri non sia ancora pacificata, che la rabbia espressa qualche giorno fa si annida ancora in molte galere, che c’è un concreto rischio di ulteriori devastazioni, sequestri, incendi, fughe. In pochi giorni i detenuti hanno messo in crisi un pezzo del sistema statale, quello che per tutti dovrebbe essere il più “sicuro”, il più controllato e messo in una situazione tale da prevenire proprio questi fatti successi in molte carceri in Italia. Che lo Stato sia incapace di gestire le carceri è un bene e non un male,

ma se fino ad ora le sue negligenze sono state un danno verso i detenuti, in questo caso le sue incapacità burocratiche e logistiche hanno fatto sì che i prigionieri siano riusciti a ribellarsi, unirsi e in alcuni casi a guadagnare la fuga.

Quindi qual’è la soluzione sia per gli opinionisti, per i tecnici del settore e dei politici più reazionari? Schierare l’esercito, come se non bastasse la presenza in questi giorni di Polizia Penitenziaria, Finanza, Carabinieri, Vigili di ogni risma, Polizia di Stato. L’esercito è un deterrente che in questo momento è utilizzabile vista l’emergenza, ma è anche una forza vera e propria, ed in questo paese ci si è dimenticati di cosa essa sia in grado quando entra veramente in funzione. Lo Stato ha già nel decennio passato abituato i suoi cittadini a vedere nelle strade di tante città gli uomini in mimetica dell’operazione “Strade sicure”, se poi vengono utilizzati per controllare i confini del Nordest contro i poveri in fuga dalle guerre e ora schierati davanti alle carceri, questo non è un problema. La retorica di tutti i partiti politici degli ultimi governi è evidente ed ha fatto breccia nella massa. Nel tempo sono riusciti con mille mezzi, sopratutto culturali e propagandistici, a spostare il problema di chi crea i danni irreversibili di questo mondo a chi invece li subisce e che spesso giustifica le scelte politiche, economiche, repressive e non solo in cambio di un po’ di finto benessere e libertà.

L’esercito ha un solo modo di muoversi: violenza, controllo e repressione, ed è evidente che l’emergenza attuale viene gestita in un’ottica di guerra sia in modo formale, sia in modo informale utilizzando una propaganda massiccia di terrore che spinga la massa a chiedere qualsiasi mezzo di fronte ad un nemico invisibile. Ma visto che ad un virus non si spara, il piombo nelle canne dei mitra è solo per gli uomini e donne che potrebbero non solo non rispettare gli obblighi imposti in questo periodo, ma anche, in un prossimo futuro, ribellarsi finita l’emergenza. Persone che, quando ritornerà l’ipotetica tranquillità, dovranno fare i conti con la nuova situazione economica e politica che lo Stato e i padroni faranno pagare alla massa di sfruttati, gli stessi che fino ad ora non hanno compreso che coloro che indossano divise sono la mano dell’oppressore. Per intenderci: quelli che sparano quando arriva l’ordine, ad obbedir tacendo.

Così è stato, e così sarà.

Se in questa ennesima situazione restrittiva si fraternizza con quello che per noi è un nemico, è un passo che poi si pagherà in futuro. Perché questo è il loro “lavoro”, sono addestrati per queste situazioni, non c’è più il proletario in divisa, le “Missioni di Pace” all’estero hanno formato negli ultimi decenni migliaia di uomini e donne nel gestire le popolazioni occupate, ma ora gli occupati siamo proprio noi, tutti e tutte noi che ci troviamo in Europa.


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