Sulla guerra e sulla “Lettera aperta dei lavoratori dell’agenzia marittima Delta”

Tratto da https://calp238599372.wordpress.com/2020/05/18/sulla-guerra-e-sulla-lettera-aperta-dei-lavoratori-dellagenzia-marittima-delta/

Sulla guerra e sulla “Lettera aperta dei lavoratori dell’agenzia marittima Delta”

Il 20 maggio 2019, un anno fa, per la prima volta un carico militare destinato alla Guardia Nazionale saudita è stato bloccato nel porto di Genova grazie all’iniziativa di lavoratori portuali e tanti compagni e compagne, cittadini e cittadine, che sono accorsi al presidio al Genoa Metal Terminal, dove ormeggiava la Bahri Yanbu. Accanto al presidio, non meno importante, uno sciopero proclamato dalla CGIL-Filt. Le ragioni erano piuttosto semplici, quasi banali: non voler collaborare al grande meccanismo della guerra. Le navi della compagnia nazionale saudita Bahri, infatti, hanno sempre trasportato – e a volte imbarcato anche qui a Genova – mezzi militari ed armi verso Oriente, e in particolare verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi, coinvolti (da aggressori) nel conflitto in Yemen.

Perché specificare tutto questo, ad un anno di distanza? A chi si è interessato della Bahri e della lotta contro il traffico di armi in questi mesi queste righe risulteranno quasi noiose: è stato tutto detto e ridetto più volte da noi, da altri, dalla stampa, persino dal Papa. Eppure c’è qualcuno che ancora non ha capito bene o fa finta di non capire o, che è peggio, vuole profittare di un periodo così particolare come questo – in cui il ricatto sulle condizioni di lavoro si fa più pesante – per mistificare e stravolgere la realtà.

La settimana scorsa i “lavoratori di DELTA Agenzia Marittima” hanno indirizzato una lettera aperta a vari organi istituzionali locali, e a tutti i lavoratori del porto di Genova.

Una lettera – non indirizzata a noi del Calp, ma che del Calp parla ampiamente – che è stata poi ripresa da alcuni organi di stampa del settore (http://www.ship2shore.it/it/porti/navi-bahri-a-genova-i-lavoratori-dell-agenzia-delta-contro-il-calp_74032.htm ) e che reputiamo meriti di essere resa pubblica integralmente, non senza alcune considerazioni.

Una necessità su tutte è quella di rimettere in ordine i fatti, perché ai “lavoratori della Delta” riesce piuttosto male.

A quanto si legge infatti, il materiale di cui si è impedito l’imbarco sarebbe “non bellico, ma semplicemente destinato alle forze armate” saudite. E’ una sottigliezza che facciamo fatica a cogliere ma, per fugare ogni dubbio, il carico che venne bloccato il 20 maggio scorso (e il 20 giugno nuovamente) era costituito da vari generatori ad uso militare prodotti da un’azienda romana, la Teknel (http://www.teknel.eu/), convenzionata con la N.A.T.O., e per cui la stessa azienda aveva chiesto l’autorizzazione all’UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento. Qui il link della Rete Disarmo: https://www.disarmo.org/rete/docs/5302.pdf). Quei generatori erano materiale militare, su questo non ci sono dubbi: i lavoratori della Delta semplicemente si sbagliano.

Chi ha lo stomaco per leggere la lettera nella sua interezza noterà che il problema vero, secondo gli autori, è che in questi mesi è capitato che qualcuno lanciasse dei razzi di segnalazione nautica contro navi della Bahri in ingresso in porto o che alcune “scritte minacciose” (“Free Yemen” https://www.genova24.it/2019/12/free-yemen-no-ai-traffici-di-guerra-in-porto-scritte-sulla-nave-della-flotta-bahri-e-in-lungomare-canepa-227779/) comparissero sulle fiancate delle navi o sui muri dell’Agenzia stessa. E questo creerebbe “preoccupazioni nella clientela saudita”.

Da un lato i razzi sarebbero “metodi di guerra”, dall’altro la lotta contro la compagnia saudita e il suo traffico di morte è ridotto a questo: alcuni razzi sparati in aria.

Noi, ingenuamente, pensavamo che la guerra si facesse coi carri armati, con gli elicotteri, coi mezzi anfibi blindati, con i radar e la strumentazione per muovere i droni armati, con le bombe e i missili (tutte “merci” abbondantemente documentate a bordo delle navi saudite) e invece scopriamo la “micidiale pericolosità” di qualche razzo. I “lavoratori della Delta” hanno davvero scarsa memoria: contro la compagnia saudita di cui la Delta è “agenzia generale per l’Italia” in un anno si sono svolti tre scioperi (due a Genova, uno a Marsiglia), diverse azioni e decine di presidi a Genova e in molte altre città italiane ed europee (Anversa, Tilbury, Cherbourg, Bilbao, Marsiglia, Firenze, Pisa, Milano, Livorno, Catania, Roma, Siena, Bologna, Torino, Trieste, Cagliari, Sassari, Basilea, Zurigo, Vienna, Berlino, Norimberga, Santander, Motril, Atene) con una partecipazione variegata e soprattutto con tante iniziative autonome. Evidentemente ci sono ancora tanti esseri umani che si ostinano a vedere nella guerra quello che é (invasione di un paese straniero, distruzione di città, quartieri e case, decine di migliaia di uomini, donne e bambini uccisi) e che provano ad opporvisi. Succede in Yemen, in Siria e in Kurdistan, in Kashmir, in Libia. E gli eserciti coinvolti in queste guerre, direttamente o tramite le milizie jihadiste che quei paesi (Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi) riforniscono, sono tutti serviti dalla Bahri.

La Bahri non è una compagnia navale qualsiasi ma svolge un servizio specializzato nel rifornimento delle guerre in corso.

Questi sono i fatti.

L’anno passato abbiamo scritto una lettera ai dipendenti della Delta con l’intento di aprire un dialogo, consci di lavorare nello stesso settore – noi in banchina, loro negli uffici – e consci delle difficoltà comuni: non sono gli unici ad avere delle “famiglie da mantenere”. Ci rendevamo conto che vedere un carro armato sulla banchina o dentro la nave su cui si lavora fosse diverso dal “trattare” il suo codice su un computer. Non abbiamo mai ricevuto risposta. Ma oggi la presa di posizione “dei lavoratori della Delta”, purtroppo, lascia l’amaro in bocca per tante altre ragioni.

E’ un momento difficile. La crisi conseguente alla diffusione globale del coronavirus sta colpendo pesantemente anche i porti, le giornate di lavoro calano e molti terminalisti stanno chiedendo la Cassa Integrazione. Lo sappiamo bene perché lo viviamo sulla nostra pelle. Ma giocare sul ricatto del lavoro (“l’unica cosa che gli preme salvaguardare”) quando sul piatto della bilancia c’è la morte di migliaia di persone è davvero poco onorevole.

Vogliamo credere, vogliamo sperare, che un ragionamento simile, tipicamente padronale, provenga dalla penna di qualche dirigente e non dall’iniziativa spontanea dei lavoratori della Delta che però questa lettera hanno firmato in 25, tra lavoratori e lavoratrici. Forse siamo diversi, ma noi pensiamo che, soprattutto in periodi di crisi, si debba stare uniti tra lavoratori e non identificarsi col punto di vista del padrone.

Noi pensiamo che ci si debba organizzare, fare fronte comune, contro le condizioni di lavoro che peggioreranno, contro i licenziamenti che cominciano ad arrivare. La storia del porto è fatta di lavoro, di solidarietà e di lotte, e di lavoratori che hanno saputo dire “NO” alle ingiustizie, al fascismo e alla guerra. Se si perde questo coraggio, se si rinuncia ad interrogarsi sul proprio ruolo in questa società, ad avere la capacità di non collaborare allora si rinuncia alla coscienza, diventa tutto giustificabile e la storia ha già dimostrato fin dove si può arrivare.

Tra l’altro, nella lettera della Delta c’è anche l’esplicita richiesta di intervento delle istituzioni e delle forze di polizia. La pratica di additare qualcuno sul piano penale e di invocare la repressione è fuori dalle nostre abitudini e tradizioni.

E’ un piano differente perché i lavoratori della Delta la lettera l’hanno firmata di loro pugno ma, nel pubblicarla, le loro firme preferiamo ometterle.

Su questo, senza dubbio, siamo diversi.

calp –

Lettera Delta

 


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