L’economia di guerra e il suo doppio

Articolo tratto dal numero 11 della rivista anarchica “i giorni e le notti”

L’ECONOMIA DI GUERRA E IL SUO DOPPIO

Se non si considerano gli sconquassi che sta generando anche nel loro campo, l’attuale crisi del Coronavirus è da molti punti di vista una manna per la classe dirigente. Non solo perché costituisce un’occasione per avviare un’enorme rivoluzione tecnologica che potrebbe privarci di tutto ciò che ci rende propriamente umani, ma anche perché permette di attribuire a un imponderabile – un virus che sarebbe scaturito dalla Grande Nemica del capitalismo, la Natura – una crisi economica che si stava già preparando da tempo e che sta mettendo fine, in modo traumatico, a quella fase neoliberista dell’economia popolarmente nota come “globalizzazione”. Dalla crisi del 2008, della cui natura strettamente economica nessuno può dubitare, nulla è realmente cambiato nel modo di far soldi della finanza mondiale. I “salvataggi” delle banche, percepiti all’epoca come un’infrazione dei sacri principi liberisti, ma ampiamente invocati e incassati dai loro stessi propugnatori, non hanno fatto altro che continuare ad alimentare e gonfiare un’economia segnata dalla pura speculazione. Adesso, di fronte alla massiccia immissione di denaro nel sistema, letteralmente stampato con la creazione di una montagna di debito pubblico, uno spettro s’aggira tra le varie borghesie nazionali e le colonne dei loro giornali: “economia di guerra”. Ennesima apparizione del linguaggio bellicista in un mondo in cui ormai tutto parla il lessico della guerra, pensiamo che questa espressione abbia sensi diversi a seconda di chi la pronuncia, di quando, come e di fronte a chi viene pronunciata. Il senso di questo articolo è cercare di capire cosa sarà realmente l’economia di guerra, per non confonderla con il suo “doppio” propagandistico. Per il padronato, “economia di guerra” ha principalmente due sensi, a loro volta legati tra loro. Il primo è che qualcosa sta cambiando, e dovrà cambiare, nel modo di realizzare i profitti. Il secondo, è che sui profitti si sta allungando l’ombra dello Stato, che lo Stato sta “tornando”. Per noi, che siamo spiriti semplici, e che in tutti questi anni non abbiamo affatto visto sparire lo Stato, ma ce lo siamo sentiti sempre più sul collo, questa affermazione suona già strana. “Se n’è mai andato, lo Stato?” Cominciamo da qui.

Il capitalismo a due piani

Uscito nel 1994, e poi riedito con alcune aggiunte nel 2009, poco prima della morte dell’autore, Il lungo XX secolo di Giovanni Arrighi può aiutarci a capire il rapporto tra Stato e impresa nel capitalismo. Allacciandosi alle ricerche dello storico Fernand Braudel, Arrighi ci mostra quale siano state le logiche dell’alleanza tra autorità politica e padronato economico negli ultimi cinquecento anni di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La chiave di questo rapporto è l’esistenza, nella modernità, di una pluralità di Stati in lotta tra loro per il predominio, e quindi strutturalmente bisognosi, per alimentare eserciti permanenti e burocrazie sempre più capillari, di una gran quantità di “capitali mobili”, cioè di denaro. A chi crede che il debito pubblico sia un fenomeno recente che avrebbe gettato le sante istituzioni dello Stato in mano ad avidi banchieri, conviene ricordare che gli Stati hanno cominciato a indebitarsi già nel basso medioevo. Per Max Weber, «nell’antichità la libertà cittadina è scomparsa a favore di un impero mondiale organizzato burocraticamente, all’interno del quale non vi era più spazio per un capitalismo politico […] Nell’epoca moderna le città caddero sotto il dominio di stati nazionali in concorrenza tra loro, e in costante conflitto per il potere. […] Questo conflitto concorrenziale determinò le massime opportunità per il moderno capitalismo occidentale. Il singolo stato doveva competere per il capitale, che poteva spostarsi liberamente e gli prescriveva le condizioni a cui era disposto a dargli l’aiuto necessario per diventare una potenza» (Economia e società, vol. II). Nella definizione di uno storico (Frederic Lane) l’Impero è una macchina per la raccolta dei tributi che «significa pagamento ricevuto per la protezione, ma pagamento in eccesso rispetto ai costi di produzione della protezione». La classe proprietaria dell’Impero versava all’élite statale una parte consistente dei propri profitti perché ne venisse assicurata la continuità e la riproduzione. In questo sistema, lo Stato era sempre in vantaggio rispetto all’iniziativa privata; la classe dirigente statale era il vertice della classe dirigente economica; e l’accrescimento della ricchezza procedeva di pari passo con l’espansione territoriale. Durante l’alto medioevo il potere monarchico e feudale cercava di finanziarsi come l’antico Impero romano, ovvero per mezzo di tasse, senza però riuscirvi. Mentre l’Impero, da un punto di vista economico, è un sistema “chiuso”, in cui lo sfruttamento e gli scambi si svolgono interamente all’interno dei suoi confini, lo Stato moderno ha dei “vicini”. Come controllare, quindi, una potenza “fluida” come il denaro, che può sempre spostarsi da uno Stato all’altro? Nella modernità, Stato e impresa danno vita a un rapporto dialettico. Il capitalista ha bisogno dello Stato, prima di tutto perché ha bisogno della sua protezione, e poi, con l’evoluzione dei tempi, di un sistema legale che garantisca la moneta e le reti di scambi sempre più estesi. Dal canto suo, lo Stato ha bisogno del capitalista perché ha sempre “fame” di denaro. Gli Stati sono quindi in perenne concorrenza per il “capitale mobile”. Nella lotta mondiale per il predominio vince chi sa offrire le condizioni più vantaggiose; non in termini di mero profitto immediato, ma soprattutto come condizioni sistemiche: possibilità di estendere i propri traffici, trovando risorse da saccheggiare, manodopera da sfruttare e sbocchi commerciali. Ovvio che questo, normalmente, significhi guerra e colonialismo. Ma il complesso Stato-capitale può anche rivolgersi al proprio “interno”, intensificando l’espropriazione delle risorse, lo sfruttamento e lo scambio di merci dentro territori che già si possiedono. Si tratta di quelli che Arrighi e Braudel chiamano “cicli sistemici di accumulazione”. Dalla colonizzazione delle Americhe, realizzata dalla alleanza tra il capitale commerciale genovese e la Spagna imperiale, fino all’odierna egemonia degli Stati Uniti grazie alle “istituzioni di Bretton Woods” (l’ONU, ma soprattutto il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale), ogni ciclo di accumulazione ha visto finora sia una maggiore estensione delle reti internazionali, sia una maggiore integrazione tra istituzioni statali e imprese private. Il primo ciclo di accumulazione, quello spagnolo-genovese, vedeva una potenza imperiale che si appoggiava a una rete finanziaria del tutta esterna. Il secondo, quello olandese, arrivava a organizzare un sistema di Stati e una rete di commerci interstatali con la famosa pace di Westfalia del 1648. Il terzo, quello inglese, dava vita alla prima vera Banca centrale di Stato. Il quarto infine, quello statunitense, arrivava a dotarsi per la prima volta di istituzioni internazionali.

Con una bella immagine, Braudel ci invita a guardare al capitalismo come a un edificio a due piani: se al piano inferiore si trova il capitalista che acquista le macchine e la forza-lavoro, a quello superiore troviamo ancora il capitalista, ma nelle vesti del finanziere, mentre incontra il detentore del potere politico. Se è al piano inferiore che gli investimenti si realizzano, è al piano superiore che vengono pianificati. Allo stesso tempo, ognuna di queste alleanze ha finito sempre per scontrarsi con il proprio limite strutturale. Nascendo dall’incontro di due esigenze e di due logiche diverse e distinte (la tendenza all’accrescimento o al rafforzamento materiale propria dello Stato, la tendenza all’estrazione illimitata di profitti del capitale), ogni alleanza dura finché entrambi gli attori vi trovano la propria convenienza. Quando la convenienza cessa non termina ogni alleanza, ma se ne strutturano di nuove. Accrescendo il raggio degli scambi e degli investimenti, ogni ciclo di espansione vede aumentare anche il volume dei concorrenti; la crescita della concorrenza fa sì che la rete filata dalle istituzioni egemoni tenda alla lunga a costare più di quello che rende. Il polo capitalistico dell’alleanza ha quindi sempre finito per sganciarsene, abbandonando l’espansione materiale (infrastrutturale e produttiva) in favore dell’intermediazione finanziaria. Ma a quel punto il capitale generato nel ciclo di espansione precedente è pronto per il ciclo successivo. Semplificando un po’, si può dire che finirà nelle mani di quello Stato che saprà apparecchiare le condizioni migliori per accaparrarselo, con un nuovo accordo tra gentiluomini stipulato “al piano superiore”.

Cosa ci dice, quindi, questa analisi? Primo, che la finanziarizzazione del capitalismo non è affatto un fenomeno mostruoso dell’ultimo secolo, quando l’impresa privata avrebbe preso il sopravvento definitivo sullo Stato, portandoci alla rovina. Si tratta al contrario di un processo ciclico e strutturale, che si è già presentato più volte nella storia. Secondo, che il capitalismo ideale, quello che “funziona” meglio, non è affatto il capitalismo “senza Stato”, ma quello in cui Stato e impresa arrivano a integrarsi nella maniera più organica. Terzo, che ogni alleanza finora realizzata è stata più organica della precedente. Ma se la perfezione non è di questo mondo, lo è ancora meno del capitalismo, poiché questo si fonda su un’alleanza del tutto asimmetrica, dinamica proprio in quanto squilibrata. È fisiologico quindi che ogni alleanza prima o poi si rompa. Ma l’alleanza che ne seguirà sarà più vasta e più stretta della precedente. Tutto si ripete, ma ripetendosi porta qualcosa di nuovo. Conviene chiedersi a che punto siamo del ciclo, e qual è il “nuovo” che arriva. Ma per questo bisogna fare un passo indietro.

Il “secolo americano”

Com’è noto, l’attuale fase di globalizzazione finanziaria è iniziata più o meno nei primi anni Ottanta, con l’ondata di cosiddette “liberalizzazioni selvagge” avviate da Reagan negli Stati Uniti e da Thatcher nel Regno Unito. Ma sono molti a fissare “l’inizio degli inizi” al 1973, anno della prima crisi petrolifera e dell’abolizione della convertibilità in oro del dollaro (oltreché del colpo di Stato in Cile). Perché tutto comincerebbe di lì? Facciamo un passo indietro.

L’inizio degli inizi” dell’egemonia statunitense si colloca tra le due guerre mondiali, quando gli USA realizzano la loro “accumulazione originaria” vendendo armi agli Alleati contro gli Imperi centrali e poi contro l’Asse. Ma la loro autentica ascesa comincia nel secondo dopoguerra, con gli aiuti alla ricostruzione noti come Piano Marshall. Il fatto che l’egemonia statunitense sia stata inaugurata da un piano economico, gestito da istituzioni economiche (FMI e Banca Mondiale, che inizialmente non sono altro che “propaggini” della Federal Reserve americana), non deve ingannare riguardo alla sua natura essenzialmente politica. Se “l’ordine di Bretton Woods” (così chiamato dalla località del New Hampshire in cui nel luglio 1944 si tenne la prima conferenza dell’ONU che ne gettò le basi) metteva in primo piano i profitti del capitale statunitense, esso mirava anche a sventare quella minaccia che ancora nel secolo scorso faceva tremare i padroni del mondo: lo spettro del comunismo, incarnato, agli occhi di miliardi di proletari, dall’Unione Sovietica. Che venisse chiamato “comunismo” un regime burocratico che sfruttava milioni di lavoratori per le fortune dell’industria pesante, regime che di realmente comunista non aveva proprio niente, non cambia nulla da questo punto di vista. Ciò che realmente incideva sui rapporti di forza col padronato erano l’esistenza della lotta di classe e la possibilità della rivoluzione. Se il mito della “patria dei lavoratori” è stato peggio che fuorviante, producendo un secolo breve di tragici errori e imperdonabili orrori, prometteva anche a quella lotta di conquistare il suo avvenire. Per il capitale internazionale a trazione USA, l’ordine di Bretton Woods rispondeva prima di tutto a una necessità: dimostrare che il capitalismo era migliore del “Impero del Male”, che capitale e lavoro erano conciliabili. Non “capitale o benessere”, ma “capitale e benessere”. A condizione, certo, che gli sfruttati non si ribellassero. La Socialdemocrazia è stata davvero la cifra di quel periodo che va dal dopoguerra alla metà degli anni Settanta (“i trent’anni gloriosi” o i golden thirty per tanta sociologia contemporanea): “diritti” e ammortizzatori sociali da una parte, repressione spietata e golpe sanguinari dall’altra. Edizione in sedicesimo del sogno rooseveltiano e keynesiano di creare un governo mondiale che coniugasse spesa sociale e libera impresa, Bretton Woods non poteva trovare condizioni migliori per realizzarsi: un’Europa e un’Asia devastate dalla guerra, un’Africa che riesce a liberarsi dal colonialismo ma deve poi affrontare i costi accumulati dal dominio coloniale e dalla guerra di liberazione. L’ideale per apparecchiare ciò che è stato chiamato anche soft capitalism: un contesto propizio a investimenti produttivi di tale portata da permettere, da un lato, una parziale redistribuzione dei profitti nella spesa sociale, e dall’altro un alto livello di occupazione, il tutto coordinato da un sistema di cambi fissi tra le monete stabilito tra le banche centrali sulla base del gold exchange standard americano. La disoccupazione non è mai stata tanto bassa, e i profitti privati mai tanto tassati, quanto nei “trenta gloriosi”.

Torniamo adesso alla domanda iniziale. Cos’è successo nel 1973? Ispirata probabilmente dalle sconfitte americane in Vietnam, l’OPEC (l’organizzazione internazionale dei produttori di petrolio) in quell’anno innalzò improvvisamente i prezzi del greggio. Per quanto i prezzi siano stati in seguito ridimensionati, gli enormi profitti da petrolio vennero rapidamente reinvestiti in “eurodollari”, ovvero nei fondi bancari di dollari collocati all’estero (principalmente a Londra). Preoccupato che la “fuga dei dollari” finisse per intaccare le sue riserve auree, il governo statunitense abolì la convertibilità in oro, dando così inizio a un libero mercato della moneta che creò serie difficoltà alla pianificazione degli investimenti industriali. Sullo sfondo, esaurita l’onda di Berkeley e del Maggio francese, e avviata la delocalizzazione produttiva attraverso la telematica e l’automazione, la lotta di classe era sempre più in difficoltà, mentre il blocco sovietico arrancava dietro a una competizione internazionale crescente. Le condizioni per la vendetta di classe della borghesia, inferocita da decenni di lotte da parte degli ingrati del benessere, c’erano proprie tutte.

Cos’hanno fatto, a quel punto, i governi? Anziché accettare una lenta recessione, approntando magari le condizioni per pararne i colpi, si sono dati a una frenetica corsa alla ricaptazione dei capitali in fuga, facendo a gara ad attrarre qualsiasi investimento, foss’anche il più dannoso e inutile. E a qualsiasi prezzo. Negli anni Ottanta i governi Reagan e Thatcher (e poi, a cascata, tutti gli altri) hanno applicato ai propri stessi Paesi quelle politiche di “aggiustamento strutturale” che la Banca Mondiale imponeva nel Terzo Mondo col ricatto del debito, tagliando ogni forma di spesa pubblica che non fosse quella militare (la quale, invece, cominciò a crescere vertiginosamente). Tutto può essere messo sul mercato, tranne quanto è essenziale alla potenza dello Stato. Non basterebbe altro ad illustrare come il Moloch statale, in età neoliberista, non abbia affatto perso potere, ma abbia solo cambiato modo di mantenerlo, in relazione a rapporti di forza tornati del tutto a favore della borghesia (per quanto definire in tal modo l’attuale classe dominante ponga alcuni problemi).

Il mondo neoliberista

Si è detto spesso che “l’era della globalizzazione” è stata caratterizzata da una mobilità dei capitali senza precedenti al di là e al di sopra delle frontiere. Innegabile che ciò sia successo dopo il 1989, visto che prima i capitali occidentali trovavano davanti a sé il limite della “cortina di ferro” e dei Paesi non-allineati, con le loro economie più “protette”. Ma l’autentica cifra della cosiddetta globalizzazione è stata piuttosto la finanziarizzazione del capitalismo, il prevalere dei giochi di borsa sull’investimento industriale. Secondo l’economista marxista François Chesnais (La mondializzazione del capitale, in Il libro nero del capitalismo) «il tasso di crescita annuale [del PIL mondiale pro capite, cioè il Pil in relazione al numero della popolazione] si avvicinava al 4% fra il 1960 e il 1963, per scendere al 2,4% fra il 1973 e il 1980 e a non più dell’1,2 % fra il 1980 e il 1993.» Si tenga presente che per gli economisti un’economia è realmente virtuosa quando vede una crescita del 6-7% all’anno (una percentuale vantata, negli anni più recenti, solo dalla Cina) e che le economie più forti tra i maggiori paesi capitalistici (come ad esempio la Germania o l’Arabia Saudita) non superavano, prima della crisi del Covid, il 3 o il 3,5% di crescita. Alla fine degli anni Novanta il capitale ha vissuto «un periodo contraddittorio. Da un lato sembra trionfare il capitalismo. Nel quadro della mondializzazione, esso finisce per subordinare le regioni e le attività che finora gli erano sfuggite. Ma fa questo, in realtà, nel contesto di un rallentamento continuo, nel lungo periodo, dell’investimento e della crescita: nel quadro di una situazione contraddistinta dalla presenza di indicatori che esprimono la contrazione tendenziale dell’accumulazione, e non la sua espansione» (Chesnais, ibidem). Se da allora l’emergere del gigante cinese e delle economie asiatiche in genere ha ridato un po’ di fiato al sistema mondiale, non ne ha però cambiato la situazione di fondo. Nella fase attuale, il capitalismo genera enormi profitti senza per questo generare valore. In altri termini, per quanto titanica, l’attuale produzione di merci è estremamente inferiore alla quantità di denaro circolante: si tratta di un’enorme generazione di profitti sul niente. Nel mondo neoliberista si possono accendere mutui per la casa a persone che non potranno mai pagarli, per poi trasformare in azioni i relativi crediti, che non saranno mai incassati. Si può comprare l’intera rete ferroviaria di un paese, quotarla in borsa e poi lasciarla marcire. A ciò si aggiunge che in questo tipo di sistema i profitti possono essere garantiti solo da un alto costo del denaro. Anziché regolarne l’emissione in funzione dei bisogni delle industrie, il compito delle Banche Centrali diventa rendere stabile (cioè alto) il valore del denaro restringendo l’accesso al credito, così da agevolare la rendita. Se poi le imprese falliscono, si potrà sempre soccorrerle con fondi pubblici. Se il capitalismo in sé è una gigantesca produzione di insensatezza, la sua fase finanziaria ne rivela la natura più intima. “Economia”, in senso proprio, indica infatti il rapporto tra gli esseri umani e le risorse che permettono loro di sopravvivere. Spezzando questo rapporto fondamentale, ovvero privando gli esseri umani del libero accesso alle risorse in nome del profitto di pochi sfruttatori, il capitalismo trasforma gli umani stessi in risorse, creando un sistema del tutto autoreferenziale che finisce per divorare la stessa “economia”, ovvero le proprie basi materiali. In questo senso, la fase finanziaria del capitalismo è l’ultima ora della notte: l’ora più buia, in cui si procede a tentoni e si scorge di meno il nemico. Alle prime luci dell’alba torneremo a vederne le fattezze, quando riapparirà nei panni dello Stato.

Economia di guerra

Mentre le condizioni della crisi si accumulavano da anni, il coronavirus ne ha costituito l’innesco. Per il momento, la risposta dei governi suona come una bestemmia per i dogmi dell’economia neoliberista: immettere denaro nel sistema, irrogare finanziamenti a pioggia alle aziende. Ai primi giorni dell’arrivo del virus in Italia, la Federal Reserve americana ha subito tagliato di cinque punti percentuali il costo del denaro. L’Unione Europea ha immediatamente lanciato l’idea di un fondo per la ripresa (“recovery fund”) per poi spaccarsi tra un “fronte del sud” per gli eurobond e un “fronte del nord” per l’attivazione del MES (se con o senza “condizionalità”, cioè imposizione di ulteriori tagli agli Stati membri, per ora non è dato capire). È evidente, al riguardo, quanto sia incongrua l’espressione “economia di guerra”, che normalmente indica una situazione di piena occupazione finalizzata allo sforzo bellico, e non l’erogazione di denaro a fabbriche chiuse o che lavorano a intermittenza. Ciò non toglie che il suo uso sia spiegabile. I padroni stanno prendendo atto dell’impossibilità di continuare a realizzare profitti nelle stesse modalità degli ultimi quarant’anni. Sanno che qualsiasi manovra venga realizzata sarà largamente scaricata sul proletariato, ma ciò non toglie che temano anche per i loro portafogli. Nel mezzo delle ristrutturazioni capitalistiche domina sempre l’incertezza e anche la borghesia avrà i suoi sommersi e i suoi salvati. L’economia di guerra di cui parlano è l’anticipazione della vera economia di guerra che verrà; è l’avvertimento lanciato agli sfruttati su quanto si prepara per loro e insieme il suo “doppio” che si proietta nelle menti degli sfruttatori.

Quello che si prepara è il ritorno della pianificazione economica da parte degli Stati. Ma che nessuno, con ciò, si aspetti anche il ritorno al vecchio capitalismo keynesiano e socialdemocratico, con i frigoriferi pieni, le pensioni a sessant’anni e i figli all’università. Investimento industriale significa sfruttamento industriale, perché solo dal lavoro nasce valore. I soldi investiti nella “ripresa” sono un’ipoteca firmata sulla pelle degli sfruttati: mentre fingono di litigare sui dettagli degli eurobond, tutti i partiti italiani sono concordi nel dare soldi alle imprese accumulando una montagna di debito pubblico che dovrà essere ripagato dai loro sottoposti. Ma soprattutto, pianificazione industriale significa guerra, perché senza saccheggio delle risorse non c’è industria. Vi ricorda niente questo quadro?

Patti tra gentiluomini

Nel 1885, a Berlino, le grandi potenze coloniali si spartirono l’Africa, con Bismarck che faceva gli onori di casa (sempre lì, sette anni prima, alcune di queste si erano spartite i Balcani). Anche allora si era in pieno capitalismo finanziario, all’epoca a trazione anglosassone. Accordarsi non fu un problema: il “continente nero” venne letteralmente spartito col righello. Era il “concerto europeo”. C’era un mondo intero da saccheggiare e non fu difficile stipulare un patto tra gentiluomini. Trent’anni dopo, i gentiluomini si scannavano nella Prima Guerra Mondiale, provocando la carneficina di almeno 15 milioni di proletari. Ci vollero delle rivoluzioni perse o tradite, i fascismi, le Pinkerton e una nuova guerra con 50 milioni di morti perché “al piano superiore” si stringessero nuovi patti. Nel mezzo, la crisi del ’29, il protezionismo, la pianificazione economica, il tallone di ferro dello Stato.

Anche oggi ci troviamo nel mezzo di un ordine mondiale che si sta sgretolando. A partire dalle sconfitte statunitensi in Medio Oriente (il pantano irakeno e il pantano afghano), assistiamo di nuovo all’ascesa di potenze più o meno grandi che si armano fino ai denti per conquistare il loro posto al sole. Le “catene globali del valore” si spezzano e si ricompongono in aree di libero scambio più piccole, attorno agli Stati più forti: Cina, Arabia Saudita, Inghilterra, Russia, Turchia…

Negli Stati l’apparato militare occupa sempre più la prima posizione. In Italia, nel 2015, il governo Renzi vara il “Libro Bianco della Difesa”, un documento di decine di migliaia di pagine per la riorganizzazione delle Forze Armate. Una delle parole che più vi ricorre è Sicurezza, in un senso ben preciso: garanzia degli interessi economici nazionali. Per perseguirli, si cerca di creare, attraverso la formazione nelle migliori università italiane, un corpo dirigente militare altamente qualificato, che sappia discettare di geopolitica, emigrazioni, cambiamenti climatici, informatica, economia… Pensiamo male se ci sembra che questo significhi affidare ai militari la direzione della “ripresa economica”? E che questa cominci, appunto, dalla guerra?

Facciamo un altro esempio. Il Pentagono americano è diviso in sei grandi comandi secondo le aree geografiche di cui questi si occupano: Northcom per Stati Uniti e Canada, Southcom per il Sudamerica, Eucom per Europa, Russia e Turchia, Africom per l’Africa, Centcom per Medio Oriente e Asia Centrale, Pacom per tutta l’area del Pacifico e dell’Estremo Oriente. Secondo il generale Fabio Mini «la tradizionale preminenza del Dipartimento di Stato è stata ridimensionata dal Pentagono e dai militari che di fatto controllano la Casa Bianca e la politica estera». Ecco come si spiega la schizofrenia di un Trump, che prima dice come gli USA dovrebbero smetterla di fare i gendarmi del mondo (“dobbiamo tornare a occuparci dei fatti nostri”) e poi invia sempre più truppe in Irak e rivendica i bombardamenti post festum: «Egli ha subìto la decisione già presa dal Pentagono di bombardare la Siria; non gli è stato detto niente della Moab [Mother of all bombs, “madre di tutte le bombe” ndr] sganciata sull’Afghanistan e ha salutato anzitempo l’intervento navale contro la Corea» (Fabio Mini, Che guerra sarà, 2017). Alla faccia della “perdita di potere dello Stato”! Finché si ragiona per categorie astratte (“lo Stato” contrapposto alla “libertà di impresa”) capire cosa sta succedendo resta impossibile. Si comincia a comprendere qualcosa se si tiene presente come lo Stato non sia un attore che compare e scompare dalla scena, ma piuttosto vi interpreta ruoli diversi a seconda del momento. Gli Stati Uniti possiedono attualmente il più grande esercito del pianeta, con 1 milione e 400.000 soldati, mentre il Pentagono è l’istituzione al mondo (tra pubbliche e private) che macina la più grande quantità di soldi (qualcosa come 750 miliardi di dollari all’anno). Basterebbe questo per afferrare che lo Stato non sta “tornando”, perché non se ne è mai andato. Se nell’era neoliberista l’imperialismo dei Paesi più forti ha preferito agire con mezzi finanziari (come il cappio del debito) anziché militari, questo non significa che le armi non fossero pronte a far continuare l’economia con altri mezzi (come in Cile nel 1973, in Irak nel 2003 e oggi in decine di Paesi del mondo). Ma se fino ad adesso lo Stato ha agito dietro le quinte, o in posizione più defilata, presto lo vedremo di nuovo al centro del palcoscenico mondiale. Nei momenti di recessione produttiva l’ultima parola torna sempre alle «leve violente dell’accumulazione originaria», alla violenza che si pretende legittima e si nasconde dietro i panni del Diritto. Sul fronte interno, la nuova accumulazione originaria mira alla vita stessa, cercando di privarci manu militari di tutto ciò che ci rende propriamente umani (la riproduzione biologica, l’incontro diretto, la coscienza) per poi rivendercelo sotto forma di algoritmo. Dalle nano-biotecnologie all’informatica, dalle scienze comportamentali all’internet delle cose (di cui la rete 5G è l’infrastruttura materiale), le tecnologie dette “convergenti” convergono precisamente nella sostituzione dell’umano con il suo “doppio” robotizzato. Ma questa sostituzione necessita di una contestuale eliminazione dell’elemento umano, attuata con mezzi polizieschi. Se finora l’attacco alla socialità nei territori urbani era finalizzato “soltanto” a trasformare le città in merci, adesso diviene ancora più radicale, perché ogni incontro non mediato è direttamente un ostacolo al nuovo “modo di produzione” informatico e transumanista. Sul fronte esterno, il rilancio della produzione industriale accelererà la corsa ai combustibili fossili e a “terre” e metalli rari, che si trovano principalmente in Africa e in Cina. Non ci vuole molto a trarne delle conseguenze e capire da che parte soffiano i venti di guerra, ma soprattutto a immaginarne l’impeto nel mondo attuale. Nella sua corsa all’accaparramento e alla mercificazione totale della vita, il capitalismo è arrivato (quasi) ovunque. Le sue spinte sempre più violente avvengono in un mondo completamente “saturo”, in cui non c’è letteralmente più spazio per l’espansione. Se le grandi potenze continuano a farsi le guerre per procura, è perché uno scontro diretto porterebbe sicuramente al reciproco annichilimento nucleare. “L’equilibrio del terrore” continua a tenere, ma in condizioni sempre più precarie. In attesa di uno scontro totale che potrebbe esplodere da un momento all’altro, i contendenti continuano ad affrontarsi alle periferie dei loro imperi, spremendo tutto quello che possono dai loro sudditi. Fino a renderli sempre più simili a delle cose interconnesse.

Il nazionalismo profano

All’indomani della rivoluzione inglese, un abietto servo dei potenti di nome Thomas Hobbes, tra l’altro dipendente diretto dei padroni della Virginia Company, forniva allo Stato una giustificazione divenuta ormai classica, tanto da essere considerata pressoché indiscutibile dalla moderna filosofia politica. A differenza di altri lacché laureati, Hobbes non fondava l’autorità politica sulla disuguaglianza naturale tra gli esseri umani, ma al contrario sulla loro uguaglianza. Gli umani, ragionava il filosofo, possono differire tra loro sotto molteplici aspetti, ma c’è una cosa che li rende tutti uguali: essi possono uccidersi a vicenda. Di conseguenza, se ognuno non può che temere di essere ammazzato dal vicino, l’instaurazione della disuguaglianza nello Stato – quello che Hobbes chiama il Leviatano – è una necessità funzionale alla Sicurezza. Un ragionamento che ha il suo fascino, perché parte da una premessa giusta per trarne una conseguenza sbagliata. È proprio la fondamentale uguaglianza tra gli umani a limitare il rischio di guerra. L’instaurazione artificiale della disuguaglianza, al contrario, lo accresce e lo porta alle estreme conseguenze. Che cos’è lo Stato se non un essere artificiale composto dalle forze coattivamente associate di milioni di esseri umani, della loro attività, delle cose che producono? E da cosa è prodotta la guerra, se non dalla immensa disuguaglianza di forze che si crea nella corsa dei Leviatani all’accrescimento di potenza? Gli umani, considerati fuori dai loro rapporti sociali, nascono e muoiono rimanendo uguali a se stessi e quindi sostanzialmente uguali tra loro. Gli Stati, viceversa, vedono crescere e decrescere la loro potenza secondo la quantità di forze che riescono a mobilitare, a tenere sotto controllo e a non farsi sfuggire, come spesso capita agli apprendisti stregoni che si credono esperti. La vicenda di uno Stato è una continua corsa alla mobilitazione: di risorse materiali, di denaro, di coscienze. Quando questa corsa raggiunge il suo culmine, è la guerra.

Se adesso lo Stato si mostra nella sua forma più pura – ovvero l’apparato militare – questo ci dice che siamo probabilmente in un momento di picco. Da ideologia che giustifica lo Stato verso l’interno, la parola “Sicurezza” si identifica ormai con l’interesse dello Stato e delle sue borghesie alleate. E com’è sempre accaduto, quando lo Stato si prepara a massacrare, torna a farsi chiamare Patria. Messa praticamente in soffitta ogni altra visione, per quanto illusoria, della cosiddetta “cosa pubblica”, i governi rispolverano i vecchi vessilli nazionali e si affannano per produrre “coesione” attorno ai loro militi in marcia. Finita l’epoca dei grandi blocchi con le loro grandi narrazioni, il capitalismo multipolare sta dando forma a un sistema di piccoli imperi e piccole narrazioni che vanno tutte nello stesso senso: un nazionalismo gretto e meschino all’insegna del “siamo tutti sulla stessa barca” e del “si salvi chi può”. Dobbiamo aspettarci quindi il ritorno del fascismo, in forme più o meno mascherate e post-moderne? È presto per dirlo. Certo, rispetto al passato, una differenza importante balza agli occhi. Il nazionalismo del secolo scorso era infatti un nazionalismo “sacro”, che esaltava l’eroismo e metteva dei valori pretesamente eterni al di sopra della sopravvivenza. Quello odierno sembra avere piuttosto un carattere “profano” e poltrone, e mette la mera sopravvivenza biologica al di sopra di tutto. Se protagonista del vecchio nazionalismo era il soldato votato al sacrificio (pronto a farsi squadrista sul fronte interno), al centro di quello odierno pare esserci il cittadino votato al perbenismo (che nel fronte interno fa piuttosto il delatore). Se un tempo il segno massimo di fedeltà alla Nazione era impugnare il manganello, oggi questo sembra sostituito dallo smartphone, meglio se con un’app di tracciamento. Se la mobilitazione reazionaria del secolo scorso era di sostegno militare alla locomotiva dello Stato, oggi la richiesta è piuttosto di non disturbare il manovratore, segnalare chi non paga il biglietto e chi cerca di tirare il freno d’emergenza. Almeno per ora, perché in ogni caso il clima è obiettivamente favorevole a chi vorrebbe «tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato» (secondo il celebre motto gentiliano che si può ancora leggere all’entrata di alcune caserme) e sarebbe disposto a fornire un aiuto più energico alla ricostruzione nazionale. Nei momenti di crisi del capitalismo, quando maggiormente infuria la tempesta della ristrutturazione, si riaffaccia sempre il mito reazionario dell’Impero capace di “sussumere” sotto di sé la vita economica, tenendo al loro posto tanto i mercanti quanto gli schiavi.

Molto è in gioco, in questo per ora: la libertà, una vita degna di questo nome, forse la stessa sopravvivenza. Se indicare concretamente una strada altra è compito al di sopra delle nostre capacità, quello che è sicuro è che finiremo ben allineati in un baratro se non cominciamo a rompere le righe.


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