Francia e Germania in Africa si dispongono gradatamente alla guerra

Riceviamo e diffondiamo:

(Junge Welt 29 dicembre 2017)

Vie commerciali

All’intervento ‘EU Navfor Somalia/Operation Atalanta’, contro i pirati davanti alle coste della Somalia, la Bundeswehr (forze armate tedesche) prende parte sin dal 2008, spesso con navi da guerra, ma di tanto in tanto anche soltanto con i ‘P-3C Orion’ – ricognitori marini.

Il Corno d’Africa (*) ogni anno transitano oltre 20.000 navi, afferma il ministero della Difesa tedesca: “Quelle navi trasportano circa il 95 percento del volume commerciale scambiato fra Africa, Asia e Europa”. Fra queste ci sono le petroliere, ma anche le navi che trasportano merci della Cina, il cui significato per l’industria tedesca è notoriamente violento. La pirateria davanti alle coste della Somalia negli anni si era tanto assottigliata, dal febbraio 2017 è tornata ad intensificarsi; quel che accadrà dipende innanzitutto dalla situazione in Somalia stessa. A sostegno del governo la cui influenza è sicuramente limitata, l’Unione Europea (EU) nel 2010 ha dato avvio alla missione d’addestramento militare EU-Trainingsmissionen (EUTM). La Bundeswehr ne è parte sin dall’inizio, ma con scarso impegno – attualmente con otto soldati.

Per la sua partecipazione a “ EU Navfor Atalanta” la marina militare tedesca utilizza una base dsilocata a Gibuti, costruita nel 2002. L’impiego di quella base avviene nel quadro della “guerra contro il terrorismo”. Gibuti ha un’estensione più piccola dell’Assia abitata da meno di un milione di persone. Il significato geostrategico di Gibuti chiarissimo: là, USA e Francia hanno eretto basi militari. Nel frattempo lì hanno costruito loro basi anche Giappone e Cina, la cui base ha destato scalpore. Pechino dà sicurezza alla propria via commerciale verso l’Europa con mezzi militari, ciò desta interesse, attenzioni da parte della NATO. Che si domanda: se la Cina vuole costruire altre basi marine, e se sì, dove? Come sempre: con la propria base a Gibuti la Bundeswehr tiene sott’occhio con maggiore attenzione le attività della Cina nella stessa RFT.

 

La disposizione militare della Germania nel Mali

I mandati per gli interventi della Bundeswehr nel Mali del nord, in Sudan e Sudsudan, il parlamento li ha prorogati prima delle festività natalizie assieme ad altre quattro spedizioni militari. Sui tre interventi in Africa viene votato in primavera: i mandati per le EUTM in Mali e Somalia e per l’intervento navale nel Corno d’Africa c’é ancora tempo; anch’essi verranno, come previsto, prorogati. Una metà nord del continente africano é dunque diventata territorio base di operazioni militari tedesche, un risultato ponderato, voluto.

Centrale in questo momento per la politica tedesca in Africa é l’intervento in Mali, ultimamente concentrato nella zona del Sahel (**). Un intervento iniziato nel 2013 diretto a mettere sotto controllo i focolai nel nord del Mali, in parte tenuti accesi dalla Jihad. Lo scopo nonm é stato raggiunto. Infatti, oggi, non solo il Nord é “quasi fuori controllo”, ma anche il Centro del Mali constata il diplomatico francese Laurent Bigot – che conosce bene il Sahel: “In Mali non si é mai visto un livello di violenza come quello esistente oggi. L’intervento dell’Onu nel Mali del Nord (Minusma), al quale oggi la Bundeswehr prende parte con circa mille soldati, é il più pericoloso di ogni altro nel mondo: nei primi nove mesi del 2017 ha registrate 133 morti.”

Il naufragio dell’intervento é la causa per cui oggi nel Sahel venmgono inviati raggruppamenti militari più grossi. In particolare riguardano la consistenza di entrambi gli interventi in cui verranno dislocati anche i soldati tedeschi; Minusma infatti é composta da oltre 11.000 soldati e da circa 1.600 poliziotti, EUTM conta a sua volta 600 soldati: entrambe sono ‘missioni’ ONU composte da soldati inviati da diversi Paesi.

La Francia ha deciso per parte sua un intervento di lungo periodo chiamato “Operazione Barkhane”, che con circa 3.000 soldati opera in quasi tutta la zona del Sahel. Per questo Parigi e Berlino hanno fatto proprio il piano di una ‘Forza Congiunta’, chiamata ‘G5 Sahel’: che comprende Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad. Di questi vertici, compreso l’ultimo svoltosi il 13 dicembre nel castello di La Celle Saint-Cloud alle porte di Parigi, è parte a pieno titolo anche l’Italia.

Ufficialmente la formazione del gruppo di intervento ‘G5 Sahel’, che deve assumere la direzione della guerra a lunga scadenza nella zona del Sahel, é stata decisa all’inizio di luglio. Sarà composta da 5.000 soldati – 1.000 di ogni Paese aderente. Attualmente la sua truppa viene addestrata anche da militari tedeschi. La Germania si é impegnata a promuovere in Mauritania un’accademia militare. All’inizio di dicembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha deciso che in futuro le unità di Minusma devono puntualmente sostenere il gruppo di intervento “G5-Sahel” con il rifornimento di carburanti, acqua e l’evacuazione dei feriti. In questo modo la Bundeswehr diventa sempre più parte attiva della guerra nel Sahel, il carico finanziario in quella guerra della Germania si appesantisce. Ufficialmente é prevista una spesa totale di 500 mln di euro l’anno, così ripartita: gli stati del G5-Sahel si sono promessi di versare ognuno 10 mln di euro, l’UE 50 mln, Francia 8, USA 60 mln di dollari, gli Emirati Arabi Uniti 30, l’Arabia Saudita (AS) 100.

Gli Emirati, l’AS e anche Abu Dhabi vogliono prendere parte all’istituzione dell’accademia militare in Mauritania; in generale vogliono porsi all’offensiva in particolare nella penisola araba e anche oltre. Agiscono così per rafforzare la loro posizione nello scontro di potere regionale contro l’Iran. Per respingere l’influenza dell’Iran entrambi conducono una guerra sanguinaria nello Jemen in cui dagli attacchi aerei dell’Arabia Saudita vengono uccise numerose persone. L’AS recentemente ha dato avvio contro lo Jemen a blocchi del cibo con innumerevoli conseguenze mortali.

 

Più che un baricentro

Al vertice di Parigi il ministro degli esteri dell’AS Al-Dschubeir ha concordato con il presidente della Francia Macron e con la cancelliera Merkel, che Riad prenderà parte alla conduzione della guerra nel Sahel. Lo strumento preso a prestito è l’alleanza militare fondata nel dicembre 2015 “Islamic Military Counter Terrorism Coalition” (IMCTC) che ufficialmente comprende circa 40 stati dell’Africa e dell’Asia coniati dal sunnismo o quantomeno espressione in gran parte della popolazione sunnita. Lo scopo dell’alleanza è parte delle aspirazioni saudite: estendere la dominanza sul mondo islamico e indebolire l’influenza dell’Iran. L’AS, dice il suo ministro degli esteri, sosterrà con l’IMCTC il “G5 Sahel” la logistica, la ricognizione e l’addestramento. Riuscirà così effettivamente ad estendere la propria influenza nel Sahel.

 

E l’Italia cosa fa? Truppe in Niger: controllo, sicurezza e profitto

(liberamente tratto da infoaut 27 dicembre 2017)|

L’Italia, come si é visto, é inserita con Germania, Francia e USA nella ripartizione-saccheggio delle risorse più diverse, compresa la forza-lavoro, esistenti non solo nei Paesi africani catalogati ‘G-5’, ma anche e soprattutto in Libia. Qui Fiat, Eni, il capitalismo matrice Italia, da secoli controlla, estrae, esporta con maggior facilità di Francia, RFT e degli stessi USA. Posizione che gli stati-NATO, senza l’Italia, hanno aggredito nel 2011 nella guerra alla Libia governata da Gheddafi. Un Paese che forniva, sosteneva con l’aiuto economico e militare i Paesi dell’Africa in lotta per la liberazione dunque contro il ritorno degli stati saccheggiatori.

Per esempio, Khalifa Haftar, ufficiale dell’esercito libico venne catturato in Ciad nel 1987 dove la Libia era impegnata a sostegno alla guerra di liberazione dall’occupante Francia. Venne condotto negli USA dove passò a collaborare con la CIA.

Con la scomparsa nello spazio internazionale, del Comecon, del Patto di Varsavia, realtà come quella della Libia vennero prese di mira dalla NATO, che nel febbraio 2011 decise di mettere fine al ‘non-allineamento’ libico, perché schierato a sostegno dei movimenti di liberazione in Africa – e non solo. La guerra civile in Libia si acutizzò finché nell’ottobre 2011, con il sostegno del bombardamento aereo condotto dalla NATO – senza l’Italia, gruppi come quelli messi insieme da tipi come Haftar, apertamente appoggiati, foraggiati da Francia-USA-Inghilterra catturano e uccidono Gheddafi.

Fiat-Eni e altre aziende italiane assieme ai governi, alle forze armate dell’Italia, insomma un blocco erede della memoria fascista, nel corso degli ultimi 6 anni, posta la loro maggiore influenza in Libia, rispetto a USA, Francia e Inghilterra, sono riuscite a impedire la formazione di un governo meno favorevole a loro. L’Italia che nel febbraio 2017 ha riaperto la propria ambasciata in Libia, é l’unico stato occidentale ad aver compiuto un simile passo.

Nello stesso Paese ancora oggi ci sono due governi, quello insediato a Tripoli che segue le procedure ONU (elezioni, parlamento…), l’altro a Tobruk che s’appoggia sulla forza militare diretta da USA e c. che sotto il comando diretto di Haftar vogliono spazzare via i vantaggi che le aziende di origine italiana, che lo stato italiano godono in Libia rispetto alla concorrenza internazionale.

Per esempio, Haftar non ha accettato l’ “accordo di Skhirat”(località del Marocco) trovato al fine di formare un “governo unico”. Da allora la situazione non é mutata, la guerra civile é strisciante, il governo di Serraj insediato a Tripoli non sarà mai in grado di armonizzare il Paese.

 

Libia: petrolio e migrazione

(da L’Espresso 9 agosto 2017, sott. nostre)

Per fermare l’arrivo di migranti in Europa

il 31 marzo a Roma il governo italiano si è fatto garante di un accordo di pace firmato da una sessantina di gruppi tribali che vivono nel sud del paese e che dall’inizio della guerra civile se ne contendono il controllo.
Dopo la firma dell’accordo, il ministro Minniti ha precisato che «una guardia di frontiera libica pattuglierà i cinquemila chilometri della frontiera meridionale del paese». Dall’Italia 50 milioni al Niger per rinforzare le sue frontiere in chiave anti-migranti. …
non è che tutto questo affanno dell’Italia nel tentare di ristabilire i rapporti con la Libia abbia una chiave di lettura diversa e collegata al business del gas e del petrolio?

dopo Gentiloni e Minniti, il terzo uomo ad incontrare al-Serraj il 31 luglio scorso a Tripoli , è stato l’Ad dell’Eni, Descalzi. L’incontro è stato l’occasione «per fare il punto sullo sviluppo economico e politico della Libia, alla luce delle recenti evoluzioni che hanno interessato il paese».

Nello stesso giorno, Descalzi ha incontrato il presidente della Noc, la società nazionale libica alla quale le multinazionali versano una parte dei proventi… Noc versa oggi le quote della rendita petrolifera sia al governo di Tobruk sia a quello di Tripoli. Al centro dei colloqui i possibili futuri sviluppi di affari Italia- Libia. Eni è il principale fornitore di gas del Paese, nonché il maggiore produttore di idrocarburi straniero in tutte le regioni della Libia che rappresenta per l’Italia uno dei principali fornitori di petrolio e gas.
Fra le attività in corso ci sono: il completamento di 10 pozzi offshore, di cui 9 già perforati nel 2016 e per cui Eni si è aggiudicata il contratto di fornitura e installazione delle strutture. …

Eni è presente in Libia dal 1959, dove attualmente produce oltre 350.000 barili al giorno di olio equivalente.
Non vanno inoltre dimenticati i pagamenti dell’Eni verso la Libia che nel 2016 sono stati pari a 1,42 miliardi, di cui quasi 1,3 di imposte e poco più di 155 milioni in forma di royalty.
Forse la parola chiave per comprendere i rapporti Italia-Libia è “petrolio dintorni”.”

 

Truppe italiane in Niger

(tratto da fonti infoaut e altre, fine anno)

Il governo italiano ha reso ufficiale l’invio di 470 soldati con 130 mezzi nel nord del Niger. Aree tradizionalmente sotto l’influenza francese hanno visto un rafforzamento anche della presenza militare tedesca. L’Italia vuole essere della partita dismettendo parte dei propri contingenti in Iraq e Afghanistan e concentrando la proprie forze nel nord del Niger.

I compiti ufficiali della missione riguardano, compreso il contrasto alle tratte clandestine, l’addestramento di forze di polizia nigerine e il sostegno alle operazioni della missione contro la Jihad tra Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad di cui la Francia è alla guida dal 2014 con un contingente di 3000 uomini insieme a tedeschi e a pochi soldati e qualche drone USA.

Il contingente italiano verrà dislocato a Niamey per l’addestramento delle forze locali ma gran parte sostituirà la guarnigione francese di stanza all’avamposto di Madama, a poca distanza dalla frontiera libica. Il controllo del corridoio libico è di vitale importanza per il controllo dei flussi migratori e delle risorse del territorio.

Il dislocamento del contingente italiano in Libia, nel Fezzan, l’area meridionale del deserto libico al confine con il Niger, sarebbe stata una scelta più conseguente a questa strategia ma la debolezza politica italiana schierata con Sarraj a capo del governo di Tripoli non permette di contrapporsi direttamente nei territori controllati dal generale Haftar, concorrente di Sarraj. Inoltre con la recente scoperta di giacimenti d’oro un eventuale intervento italiano sul Fezzan avrebbe ostacolato le mire francesi sulla regione. Il rapporto tra controllo dei territori e guerra sul controllo delle risorse è sempre più manifesta come anche testimonia l’esplosione di un maxi oleodotto ieri in Cirenaica sembra causata da un attacco islamista che ha fatto subito schizzare alle stelle il prezzo del petrolio sui mercati europei.

 

L’Italia produce e vende armi e mezzi d’ogni tipo, in Africa come in ogni altra parte del mondo: RWM in Sardegna

(tratto da infoaut 30 dicembre 2017)

A metà dicembre 2017 il New York Times (NYT) pubblica un articolo chericostruisce tutto il percorso degli ordigni esplosivi ritrovati in Yemen dove la coalizione saudita dal 2015 è impegnata nella repressione della sollevazione sciita houthi, in concreto: nel tentativo di cancellare la presenza dell’Iran in quel Paese.

Il giornale USA dà la parola quanto già dimostrato dalle lotte contro la filiera bellica in Sardegna: lo stabilimento RWM di Domusnovas, nel Sulcis, in Sardegna, produce le bombe che vengono poi trasportate nel porto o all’aeroporto di Cagliari e successivamente vendute all’ Arabia Saudita per i bombardamenti sulla popolazione civile. Queste stesse bombe, le MK 80, sono state ritrovate in Yemen dopo alcuni bombardamenti sui civili.

Nel corso degli ultimi anni sono state numerose le proteste, non presenti sul NYT, contro lo stabilimento di bombe di fabbricazione tedesca presente a Domusnovas, in un contesto di mobilitazione generale contro l’occupazione militare in Sardegna. L’RWM, davanti alla crisi del settore minerario sardo, riconvertì in fabbrica di bombe lo stabilimento che produceva cariche per le miniere. Negli ultimi anni sono stati compiuti diversi assedi alla fabbrica di Domusnovas del movimento sardo contro l’occupazione militare che hanno attaccato la produzione della guerra a partire dai propri territori, che è la lotta contro i bombardamenti sui civili e contro gli interessi che stanno dietro al commercio delle armi.

 

(*) Il ‘Corno d’Africa‘ segna la via d’acqua che collega il Mar Mediterraneo all’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso, ne sono parte appunto le coste di: Somalia, Etiopia, Kenia, Sudan del Sud, Eritrea, Gibuti, Sudan.

(**) Il Sahel (dall’arabo Sahil, “bordo del deserto”) è una fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana che si estende tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, e tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est. Essa costituisce una zona di transizione, di passaggio climatico dall’area arida (steppica) del Sahara a quella fertile della savana arborata sudanese (asse nord-sud). Il Sahel copre i seguenti stati (da ovest a est): Gambia, Senegal, la parte sud della Mauritania, il centro del Mali, Burkina Faso, la parte sud dell’Algeria e del Niger, la parte nord della Nigeria e del Camerun, la parte centrale del Ciad, il sud del Sudan, il nord del Sud Sudan e l’ Eritrea.


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